Lost and Found

Una danza indecifrabile di sensazioni. Una commistione che fonde insieme paura e coraggio. Tanto destabilizzante quanto vitale, come una carica di adrenalina sparata dritta al cuore.
Quotidianità fatta di moti che ci conducono proprio lì, dove non avremmo più immaginato di tornare. È così che ci cattura, la vita, facendoci viaggiare lungo tornanti disorientanti. Non camminiamo mai su un rettilineo. Facciamo mille giri per poi ritrovarci sempre davanti lì, sempre nel punto da cui cerchiamo di fuggire: noi stessi.
Siamo così ingenui da credere di poter giocare a nascondino e vincere, nella convinzione che nessuno venga a stanarci. Ci illudiamo di poter trovare sempre una risposta ai nostri dubbi, eppure ecco che, non appena perdiamo l’orientamento, ci sentiamo finiti.

Se la nostra esistenza fosse un foglio di carta, la mia sarebbe tutta stropicciata. Quante volte per rabbia, paura, disperazione l’appallottolo e la stringo nel pugno, chiuso. Stringo una, due, tre volte fino ad imprimerle delle pieghe indelebili.
Quando gli obiettivi appaiono così lontani e irraggiungibili stringo, provo a zittire la sensazione di frustrazione nella convinzione che, asfissiandola, possa lenirla. Stringo e cerco di celarla a me stessa, ma no, non funziona così.
Quante volte, quando tutto mi sembra perso, distante ed insignificante strizzo quel foglio sperando di svegliarmi da quel torpore apatico. Evado dalle mura di casa che a volte sembrano farsi così spesse da impedirmi di respirare. Esco, vado a camminare. Vado a prendere una boccata d’aria, inspiro piano e a fondo, nel tentativo di colmare i polmoni di nuova speranza. Siedo su una panchina, braccia conserte e aspetto un po’.
Quante volte, sentendomi piccola, infinitesimale, ho afferrato quel foglietto sperando di percepire una sensazione elettrica nelle vene, cercando un palpito essenziale che mi svegliasse dal torpore delle mie paure.
Quando ci fingiamo cechi, impossibilitati a vedere, pur di non vederci.
Poi, passa il primo sconosciuto per strada che ci guarda e ci vede, davvero. Un colpo d’occhio e capisce. Legge tra le pieghe di quel foglio, interpretandone gli spazi vuoti. Dando valore ai silenzi. Ci imbattiamo in esperienze, persone, situazioni che magari abbiamo sempre cercato di evitare, per svicolarci. Ma il destino beffardo ce li ripropone, con una strizzata d’occhio e un sorriso sghembo. Ci offre l’ennesima possibilità di conoscerci, di scoprirci – forse – per davvero. Di comprendere che tutto quel che siamo è meraviglioso, che nel bene o nel male non siamo gli obiettivi che raggiungiamo od eludiamo. Che siamo. Ed è questo ciò che conta davvero.

A tutti quelli che non hanno ancora trovato il proprio baricentro,
a tutti quelli che non smettono di rincorrere la propria felicità.

Francesca

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Tutto quello di ciò che sei

Quanto timore di essere giudicati, di risultare alienati da un mondo così veloce e frenetico, in costante movimento. Quanta paura di essere s-mascherati, di veder crollare quella parvenza di pacata normalità che, giorno dopo giorno, indossiamo per interagire con il mondo che ci contiene e circonda.

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Eppure, a ben sentire, si può persino scoprire che Tutti, nessuno escluso, abbiamo la nostra buona dose di follia. Follia che fa rima con mania. Quella commistione di idee, emozioni di pancia, sensazioni epidermiche. Quelle nostre fissazioni che pensiamo siano esclusivamente nostre, peculiari e discriminanti e che, in realtà, costituiscono un ponte di umana solidarietà, quando vengono disvelate tra persone che hanno voglia di ascoltarsi e scoprirsi.

Cresciamo con la convinzione che “certe idee” le custodiamo solo noi. Certi pensieri, alcune preoccupazioni, premano forte solo nel nostro petto, e che gli altri ne siano immuni. Quelle piccole follie che si manifestano nelle pieghe del quotidiano, nelle ore più impensate, al mattino presto, oppure la sera tardi. Prendono vita, si animano quando il mondo è ancora chiuso fuori, quando siamo chiusi a chiave dentro, da soli. Noi con loro. Loro con noi, esclusivi detentori di un’onta che ci pende sul capo. Che ci grava sul cuore. Un fardello, un disagio, un elemento discriminatorio in una società che ci vuole sempre più rapidi, indifferenti e algidi.
Ma, con mio sommo stupore, ho scoperto che, cambiando prospettiva, quel profondo sentire avvertito come disagio personale può trasformarsi in magica risorsa. Si fa occasione di interazione, confronto e scambio. In una società asettica che ci vede omologati seppur così lontani, il nostro umano sentire ci può riavvicinare. Ci si può scoprire in un altrove che non sia la nostra zona di comfort. Possiamo ritrovarci comodi anche in panni altrui. Vederci, finalmente, attraverso gli occhi degli altri. Pensarci di pensieri altrui.

Lontani anni luce, ci auto esiliamo con il timore di non essere compresi. E poi, eccoci lì, a condividere la stessa barca in mare aperto. Basterebbe stanarci, uscire da sotto coperta, prendere il coraggio di essere. Di essere tutto quel che siamo senza filtri. Senza più nasconderci.
Senza smussarci tanto da cambiare i nostri stessi connotati. Un compromesso può esser concesso, ma non vale la pena trattenerci in uno spazio altro ed eccessivamente intimo.
Quei suoni che nascono dal profondo, cruccio e delizia, ci pungolano l’anima.
Quei suoni che sembrano voci e ci rimbombano dentro, che risuonano di un’eco dolorosa e talvolta insopportabile, dovrebbero esser lasciati liberi di fluttuare. Dovremmo lasciarli liberi di volare via.
Moneta di scambio di una vita che valga la pena esser vissuta, sentita davvero. Una vita realmente condivisa.

 

Francesca

…sì, ma con lentezza.

Una folla di pensieri ha preso residenza nella mia mente.
Qualche d’uno ha anche subaffittato, per una cifra irrisoria, un monolocale nel mio cuore.
Sono tanti pensieri, come chiodi fissi.

Tra tutti, uno in particolare. Ed è quello di incrociarti per strada e farmi prendere dal panico. Un’ansia ingestibile, che non ho la più pallida idea di come poter frenare.
Per cosa, poi? Non sarà mica l’idea di rivederti? Forse è per tutto quello che potrebbe comportare.
Un sisma emotivo. Un tornado di emozioni.
Di portata i n c o n t e n i b i l e.

È un periodo così instabile, fatto di un “equilibrio” che temo possa infrangersi da un momento all’altro.
È un confine labilissimo.

Così accade che, quando esco e mi osservo attorno, vedo tante persone: la vasta gamma umana in tutte le sue sfaccettature. Uomini e donne; bimbi piccoli che corrono, ragazzi in procinto di diventare adulti. Che poi, chissà se ci riusciamo davvero a raggiungere questo traguardo. A diventare “grandi”, intendo. Crescere, a dispetto delle paure che, segretamente, portiamo con noi. Chi più, chi meno.
Siamo coraggiosi e non sappiamo neppure di esserlo.

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… anziani con le braccia dietro la schiena.
Anziani imbacuccati, per non far entrare il freddo. Per non far uscire i ricordi. Semplicemente, li portano a spasso, coperti da un velo di malinconia che ne offusca lo sguardo, sempre basso. Come se volessero tenersi a debita distanza dalla frenesia della vita.

E pensare che è tutto qui.
Ci rifletto con umiltà, mista a stupore infantile. Perché spesso, stupidamente, ce lo dimentichiamo. Facciamo grandi progetti che sono come voli pindarici. Studiamo tante strategie, superflue e banali, quando basterebbe avere il coraggio di essere se stessi. Schietti e diretti. Senza maschere; in purezza.
Basterebbe salutare il nuovo giorno con un sorriso e approfittare di tutto quello che la marea porta a galla. Doni inaspettati e preziosi.

È la magia della sorpresa inattesa.
È davvero tutto QUI. ORA.

Francesca

… il filo logico

L’uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita.
(Milan Kundera)

C o i n c i d e n z e. Combinazioni. Sincronie.
Accade tutto in un attimo, in un rapido rallenty.
Una frazione di secondo dilatata, che mi consente di cogliere un profilo così familiare.
Così f a m i l i a r m e n t e estraneo. Un colpo al cuore, sordo. Fortissimo.

“C’è un f i l o logico
e la gente 
ci i n c i a m p a”

Due vetture lanciate, l’una accanto all’altra, lungo due parallele destinate a non incontrarsi. Viaggiano su corsie riservate, con una visuale limitata.
Forse, è consentito soltanto dare una fugacissima sbirciatina oltre la siepe che divide la carreggiata, nell’opposto senso di marcia.
Mi guardo accanto e capisco che non è stata un’allucinazione:
ci siamo sfrecciati allato.

È a dir poco straniante percepire il naturale fluire del tempo come se fosse uno slow-motion. Il caos del traffico nell’ora di punta si annulla. Diventa rumore bianco e si tinge del color del latte. Poi, una sensazione ovattata: rimozione rapida, come carta assorbente per l’inchiostro colato della vita. China acquea ed indelebile.
E ho la sensazione di muovere passi statici, come quando si affondano i piedi nella neve, di una gelida mattina brumosa.

Cala il silenzio nell’abitacolo e riesco ad avvertire, nitidamente, il battito accelerato del tuo cuore che si fonde al mio.
Cerco la tua mano con la punta delle dita. Un tocco lieve, rassicurante, che fa scoppiare in men che non si dica quella – n o  s t r a – bolla lattea.
Inutile continuare a stupirsi di queste beffarde sincronie, perchè costituiamo – e costituiremo sempre – una rete fitta di fili.
Siamo destinati ad intrecciarci e ad inciamparci addosso;

…che ci piaccia o no.

 

Francesca

U n anno d o p o

Un anno e mezzo in tutto, ma quante notti, quante albe…:
è durato almeno tre anni, quest’anno e mezzo.

(Daria Bignardi, Un karma pesante)

Un anno d o p o.

U n anno.
C i n q u a n t a d u e settimane.
T r e c e n t o s e s s a n t a c i n q u e giorni, in questo caso t r e c e n t o s e s s a n t a s e i.
O t t o m i l a s e t t e c e n t o t r e n t a s e i ore.
C i n q u e c e n t o v e n t i q u a t t r o m i l a c e n t o s e s s a n t a minuti.
T r e n t u n m i l i o n i q u a t t r o c e n t o q u a r a n t a n o v e m i l a s e i c e n t o secondi.

Il potere che il tempo possiede, di dilatarsi o restringersi in modo vertiginoso, è un qualcosa che proprio non mi so spiegare.
Giorni che sorgono e scorrono veloci, scivolano via in un battito di ciglia.
Giorni in cui, invece, sembra che vada tutto al rallenty. Giornate talmente pesanti che, con la loro zavorra, non sanno passare. Finché arriva il tanto atteso momento di coricarsi: a letto, sotto le coperte fino al naso, spegni la luce tirando un sospiro di sollievo. Stanco e spossato, ringrazi che quelle ventiquattro ore siano finalmente volte al termine. Eppure, per una qualche beffa del destino, il cervello prende la tangente per un viaggio a bordo di millemila pensieri. E ti ritrovi a sfrecciare su un ottovolante, lanciato alla velocità della luce. Finita la vertigine ti porti addosso le botte all’anima. E silenziosi ematomi al cuore.

Un anno.
Trecentosessantasei albe, e altrettanti tramonti.
Nebbie fitte; piogge scroscianti; nevischi; soli abbaglianti. Caldi afosi e freddi polari.
Un caleidoscopico caos di luci e ombre. Colori accesi, brillanti, a volte pallidi. Bianco e nero decisi, a volte sfumati. Quasi evanescenti.
Un anno trascorso dondolando su un’altalena emotiva. Continuando a danzare in un valzer senza fine.
Un anno accompagnato da una colonna sonora indecifrabile di voci, musica e rumori. Ci sono stati giorni in cui il rumore era così forte da risultare insopportabile. Altri giorni, invece, era il silenzio ad essere assordante. Come un martello pneumatico che sferrava colpi sui pensieri. Dritto sulle emozioni.

Un anno fluito attraverso una routine irriconoscibile. Abitudini nuove ogni giorno, tutt’altro che rassicuranti, nel vano tentativo di recuperare piccoli punti di riferimento. Un via vai di gente indescrivibile, figuranti e comparse: sono sempre pochi quelli che vogliono restare.
Un solo copione, poche scene, innumerevoli atti.

Poi ti fermi. Apri gli occhi e la Terra ha appena compiuto un’intera rivoluzione sul proprio asse.
Sorridi pensando che anche tu stai compiendo la tua, di Rivoluzione. Una piroetta improvvisata nel miglior modo possibile, cercando di mantenere il baricentro, nonostante la costante perdita di equilibrio.

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Perché ho capito che è fondamentale reagire.
Ho trascorso troppo tempo ad osservare uno schermo nero, vuoto, a causa di una forzata “interruzione delle trasmissioni”. Voglio poter scegliere, voglio poter migliorare la mia vita.

Un anno dopo.
Una nuova – GRANDE – c o n s a p e v o l e z z a.

Francesca

Dolore: “fa curriculum”?

Che sia sempre più difficile farsi strada nel mondo lavorativo, ormai, è un dato di fatto.
Ci vogliono giovani e pronti, svelti ed esperti.
Bisogna essere diplomati, laureati e “masterizzati”.
Trascorriamo gli anni migliori a schiena curva, sopra una scrivania, con una matita in mano ed il naso immerso nei libri. Saltiamo rapidamente, con un doppio carpiato, dai banchi di scuola a quelli universitari, per poi arenarci in un limbo che sembra non avere punti di fuga. In stallo, in attesa del nostro momento e, no, vi assicuro che non è mancanza di intraprendenza. Quante vasche fatte, bussando con timore reverenziale alla porta di negozi e uffici, depositando centinaia di curricula che, nel migliore delle ipotesi, vengono a malapena letti, oppure cestinati seduta stante. Liquidati con poche, indifferenti, sillabe. Chi non ha i titoli adeguati, chi ne ha troppi, risultando paradossalmente pretenzioso. Intraprendere un percorso cercando di assecondare e nutrire la propria indole, per dar vita ai propri progetti, non è semplice.
Gli ingredienti fondamentali sono dedizione, pazienza e una volontà di ferro. È una strada tortuosa, costellata di ostacoli che, senza dubbio, vale la pena affrontare.
Essere giovani significa aver la voglia di scalare le montagne per inseguire i propri sogni. E, se si dovesse fallire, ricominciare da capo, con più grinta di prima.

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Tante volte veniamo rimbalzati per mancanza di esperienza, eppure…
Se è vera la leggenda per la quale gli esami non finiscono mai, ogni giorno ci troviamo a far fronte a mille e una prove: siano esse di pazienza, resistenza o prodezza, bisogna sempre essere pronti e reattivi.
Ecco perché sono fermamente convinta che ci siano delle persone che di esperienza, se non in un determinato settore, ne abbiano accumulata parecchia, impilando un insegnamento per volta. Facendo pratica giorno per giorno, dolore dopo dolore. Nessuno si augura di soffrire, star male o trascorrere momenti difficili, è ovvio. Ma accade di dover affrontare la tempesta, vuoi per una specifica congiunzione astrale, vuoi perché l’ufficio complicazione affari semplici è sempre aperto – 24 ore su 24 -.
Un po’ alla volta, poi, le nubi si diradano e torna a splendere il sole, ma nulla è più come prima.
Riflettevo sulla sorprendente omofonia di due termini:

RIVELAZIONE e RIVOLUZIONE.

Mi sono chiesta se, nonostante l’alternanza di quattro vocali, ci sia una qualche c o n n e s s i o n e tra questi due concetti. Quando esperiamo qualcosa, quando scopriamo, poi nulla è più come prima. Cambiamo prospettiva, o meglio, si evolve; il campo visivo e mentale si ampliano, modificando il nostro atteggiamento.
È inevitabile. Si cresce, si muta, si dà vita ad un personalissimo senso critico, corroborando punti di vista ed idee.
Sì! Senza alcuna remora, considero il dolore uno dei più efficaci banchi di prova, per scoprire e testare le proprie capacità e i propri limiti. Ci si tempra, si matura, assumendo un atteggiamento adulto e responsabile. 
Va da sé che, conoscersi, risulti essere un requisito fondamentale per poter sfruttare al meglio le proprie abilità e le proprie risorse.
Forte di questa convinzione, vi domando:

il dolore fa o non fa curriculum?

(IM)perfection

“Non ti dirò, come molti, di restartene sulle tue, di non esporti troppo.
No, io ti dirò di avere fiducia e imparare ad accogliere gli altri.
Più muri alzerai, e meno luce entrerà nella tua vita.
(Lorenzo Marone, La tristezza ha il sonno leggero)

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Scrivo, per dare voce ai pensieri, perché i silenzi conducono ad erigere muri che, a lungo andare, diventano inaccessibile e invalicabili.
Le contingenze, di fronte alle quali ogni giorno la vita ci pone, non sono altro che prove di coraggio e resistenza alle quali far fronte.
In queste circostanze, indubbiamente foriere di dolore, c’è la remota eventualità di riuscire ad analizzare quel che ci gravita attorno. Con maggiore attenzione. Con accentuata sensibilità.
Perché, inutile nasconderlo, alcune sfide offrono una prospettiva privilegiata dalla quale e con la quale, osservare il mondo.

Così, mi ritrovo a pensare a quanto, nella nostra infinita ingenuità, non facciamo che rincorrere la perfezione. Pur sapendo che, in realtà, non esiste.
Esistono i margini di errore, gli sbagli comprovati e le fobie. Esistono le paure che, con la loro portata di incertezza, alimentano i nostri dubbi, limitandoci.
Esiste l’umanità, il connotato più bello che possa caratterizzarci. La summa delle nostre fragilità, la breccia entro la quale fanno capolino malesseri e pensieri in grado di destabilizzarci, di farci vacillare.
Umanità che fa rima con sensibilità. E che può farci dono dell’empatia.

Sto imparando che è meglio essere i m p e r f e t t i, peccare di qualche mancanza, avere delle lacune, ammettere i propri limiti, riconoscere che non sempre ce la facciamo, cadere e sbucciarsi le ginocchia. Sporcarsi, magari. Ma almeno essere v e r i .
Non robot lobotomizzati, programmati per sopravvivere a vite omologate, tutte orribilmente perfette, totalmente inibite di sentimenti.

Sbagli e passi falsi ne accumuliamo tutti.
Noi, professionisti di scivolate e scivoloni, ci barcameniamo tra un equilibrio instabile e l’altro. Non facciamo che commettere errori, eppure credo che sia immensamente bello e umanamente confortante avere la consapevolezza di potersi confrontare.
Le nostre inesattezze, i refusi della nostra anima possono anche offrire l’opportunità di conoscersi più a fondo. E magari di riconoscerci nei refusi altrui.
Perché le pecche che ci contraddistinguono, ci identificano inequivocabilmente, in modo autentico.

E allora, oltre il finis terrae tra giusto e sbagliato,
oltre la dogana del pregiudizio, spero potremmo trovarci

“Di nuovo qui […] per scambiarci il dolore, per sostenerci l’un con l’altra, per giurarci ancora e sempre che noi due ci saremo.”
(Lorenzo Marone, La tristezza ha il sonno leggero)

“Se non sei soddisfatto della tua vita sei ancora in tempo per cambiarla. È vero, il passato non si può aggiustare a proprio piacimento. Però, almeno, possiamo imparare dai nostri errori, così da non ripeterli, per non chiamare ogni volta in causa il destino che, in realtà, ci segue sempre un passo indietro e si ciba degli sbagli che lasciamo lungo la strada.”
(Lorenzo Marone, La tristezza ha il sonno leggero)

Francesca