La (nostra) misura eroica

Non saprei dire, con esattezza, come La misura eroica sia giunta tra le mie mani, ma di fatto, un pomeriggio di metà giugno, ho trovato un pacchettino posato sulla mia scrivania.
Scarto il dono inatteso, osservo. Il titolo mi incuriosisce, apro il libro, ne sfoglio appena le pagine coi polpastrelli e leggo quarta e quinta di copertina. Il viaggio di Giasone alla conquista del vello d’oro.

Sorrido nel trovare parole puntuali, che da subito sanno fare breccia nel cuore. Inesperienza, sete di conoscenza, fame di vita come fertili interrogativi che invitano alla partenza. Salpare portando con sé pochi effetti personali: il fascino dell’ignoto ed una genuina propensione allo stupore, navigando alla scoperta di se stessi. In un intreccio di registri, voci ed emozioni, si snoda una storia universale, un romanzo di formazione coinvolgente, che prende le fila dalle parole del mito greco.

Non un vero e proprio vademecum del buon navigante, quanto un ottimo prontuario emotivo per il coraggioso naufrago. Cercarsi per incontrarsi e sperimentare la vita, concedendosi tutto il tempo necessario per ascoltare ed accarezzare i propri dubbi, per comprendere la propria umana fragilità. Perché non si può pianificare, non lo si può prevedere: “diventare maturi è questione di meta, di punto di svolta”. Non importa cosa troviamo alla fine del percorso, ciò che conta è intraprenderlo. Non importa se poi la nostra aspettativa non coincide con la realtà dei fatti, “non sempre tutto va come deve andare. Quasi mai.” Ci costruiamo strada facendo, un tentativo alla volta. Un invito ad infilare un passo dopo l’altro, ascoltando la voce del proprio sentire, per poter assecondare il desiderio, per ridimensionare il timore di soffrire, mettendo a tacere la paura. Un inno a sperimentarsi, un’ode all’arte di fallire, rendendo le esperienze negative pretesto per rialzarsi e rimettersi in sesto, concedendosi il diritto di “lasciarsi andare alla fallibile, dunque imprevista, dunque sorprendente, umanità”. Lasciare andare le paure, i timori, i preconcetti. Spalancare le porte delle personali prigioni e distendere le ali per sollevarsi in volo. Perché, alla fine della corsa, ci ritroviamo testimoni, risultato delle azioni compiute, forme verbali perfette di quanto abbiamo avuto coraggio di esperire, “sintesi e tavola periodica di ciò che siamo stati”.

Non potevo certo immaginare che, dentro quel pacchettino inaspettato, si sarebbe celato un incontro speciale. Ci sono storie che sembra vogliano parlare proprio a noi, rievocando la cicatrice di certe esperienze che pensavamo riposte nel dimenticatoio e, senza nemmeno rendercene conto, prende forma la magia dell’immedesimazione. Accade così. Ci sono parole che sanno suscitare una forte empatia, che sembrano scritte appositamente per noi, aderendo alla perfezione alle pieghe del nostro cuore. Semplicemente, ci calzano a pennello.

Ero “salpata” da poche pagine, in questo viaggio, quando, con uno stupore meravigliato, ho letto una frase che sembrava leggermi dentro. “Anch’io sono, da sempre, inquieta. Vivo di increspature;” suonava quasi canzonatorio, come se l’autrice conoscesse alla lettera il marasma che avevo nel petto. Poi, un attimo dopo, mi sono ritrovata a cercare il modo per contattarla. Volevo farle sapere quanto mi sentissi vicina al suo modo di percepire il mondo, quanto riuscissi a condividere il suo punto di vista. La verità è che mi stupisco sempre nell’incrociare anime sensibili votate al culto della parola e alla dignità delle piccole cose. Inaspettatamente, ho ricevuto una risposta a quelle mie parole devote, pure e spassionate. Per un tacito accordo, da quel momento abbiamo iniziato a tessere uno sgargiante filo rosso che ci univa in un legame ineffabile. Condividevo stralci estrapolati dalle sue pagine colme di vita, dolore ed esperienza, accompagnando le sue parole con le mie riflessioni. Spesso le dicevo semplicemente grazie, sei lettere gonfie di sincera gratitudine, per quel suo libro-panacea lenitiva, per quella comprensione inattesa. Perché era come ricevere, capitolo dopo capitolo, una carezza o un abbraccio. E quell’abbraccio è arrivato quattro mesi più tardi, in un tiepido pomeriggio di inizio ottobre. Andrea è intervenuta alla Fiera delle Parole, il Festival letterario patavino, per parlare della sua Misura eroica. Dopo mille e una peripezie, degne delle famose chansons de geste provenzali, sono riuscita a prendere posto nell’Aula Magna del Palazzo del Bo. L’ho ascoltata con attenzione ed è stato emozionante poterla identificare dando voce, finalmente, alle sue parole. Mentre la osservavo, scorgendola da lontano, tra i profili del pubblico, mi sono commossa più volte, pensando all’enorme fortuna di poter cancellare le distanze, di poterle parlare, guardandola negli occhi. Al termine del dibattito l’ho attesa per salutarla e farmi autografare la mia copia ampiamente sottolineata, appuntata, vissuta. Ci siamo incrociate a metà strada, proprio mentre si dirigeva fuori dall’aula. L’ho chiamata, mi ha riconosciuto, e mentre mi sorrideva mi ha accolto in un abbraccio avvolgente. Credo di non essermi mai sentita così, lieve e felice, colma di quell’hic et nunc indescrivibile.

A chi si cerca, ma non ha coraggio di partire, il primo passo è sempre il più difficile, ma non impossibile.

A chi si pone le giuste domande ma non ha coraggio di ascoltare le risposte del proprio cuore.

A chi, semplicemente, ha paura. Per potersi leggere dentro e scoprirsi.

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Décrocher la lune *

Se c’è una cosa che adoro fare è passeggiare sotto le finestre del conservatorio.
Lievi note musicali spiccano il volo e si riversano lungo la via, librandosi in aria.
Sabato sera, passeggiavo soprappensiero, quando una melodia ha fatto capolino davanti a me. Ho cominciato a guardarmi intorno, per capire da dove provenisse. In effetti, ero nei paraggi del conservatorio ma non poteva essere quella la fonte. Senza pormi troppe domande, mi sono lasciata condurre da quella sinfonia morbida e avvolgente. Pochi passi e mi sono trovata spettatrice di uno spettacolo meraviglioso.
Di fronte all’entrata di Coin, uomini e donne ballavano un tango appassionato e coinvolgente.

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Mi sono fermata ad osservare, un sorriso sulle labbra.
Allora sappiamo ancora essere u m a n i…” ho pensato,
con gli occhi colmi di stupore e un senso di gratitudine nel cuore.
La musica traboccava dalla cassa dell’amplificatore, riecheggiando tutt’intorno.
Passi l i b e r i; le donne cinte negli abbracci degli uomini.
C’era chi ballava guancia a guancia, con espressione seria, quasi addolorata, carica di pathos.
Una donna danzava ad occhi chiusi. Completamente concentrata, riponeva piena fiducia nei suggerimenti ritmici dettatele dal bandoneón.
Una coppia, poi, mi ha completamente catturato. Con preziosa autoironia, cercava di sfoggiare la miglior tecnica ballerina. Ridevano insieme, consapevolmente divertiti della propria performance. Eppure, li vedevo sbirciarsi negli occhi e stringersi ancor di più. Ridevano di nuovo, lasciandosi travolgere dalla sensualità della melodia.
Un’armonia perfettamente imprecisa di profili, gonne plissettate, vestiti di pizzo e tacchi da ballo.
Tante variopinte stelle danzanti
E la magia di scoprire che la sensibilità ancora ci appartiene.

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Francesca

*(“Staccare la luna”, ovvero riuscire ad ottenere qualcosa di eccezionale e totalmente inaspettato.)

Marzo in città

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Una passeggiata a fine giornata, per respirare. Per pensare, un passo alla volta.
Cammino con la leggerezza di chi è colmo di speranza, e mi perdo in frammenti di quotidianità totalmente sconosciute. Sbircio espressioni sui volti e strappo riflessi luccicanti dagli occhi dei passanti.
Un tramonto dorato si riversa morbido sui tetti, infiltrandosi liquido tra i rami carichi di germogli. Gli alberi sembrano pennelli con le setole “sporche” di colore.

Tra tutte le persone che camminano – corrono – chiacchierano, oltre le bici appoggiate alle statue e il brillio del carosello di Prato della Valle, rimango rapita dalla spontaneità con la quale quattro amici giocano a pallavolo. Lanciano il pallone arancione sopra le loro teste, lo intercettano e lo lasciano rimbalzare. Faccio mia questa immagine al sapore di un’adolescenza passata e la incastono nel cuore.

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Mi incammino verso il centro. Mi sfreccia davanti il tram, mille occhi stanno rincasando.
E ancora: coni gelato, berretti colorati, calici di aperitivi. Eco di chiacchiere si alzano dai tavolini sotto i portici. Ventiquattrore consumate e vecchi Eastpack. Ticchettii di tacchi impettiti; sneackers svogliate e placide. Volti distesi, alcuni rugosi. Sorrisi.
Genitori con trottoline al seguito e sacchetti che dondolano appesi su avambracci lesti.
La sera che scende.

Passo rapidamente di fronte al Caffè Pedrocchi e, involontariamente,
mi ritrovo spettatrice di una scena dolcissima.
Un ragazzo è seduto sui gradini dirimpetto a Zara. Indossa uno sguardo d’attesa. Poco dopo, dal negozio esce una ragazza. Si guardano, sorridendosi. Mi concentro di nuovo sul suo sguardo e lo vedo cambiare espressione. Gli occhi si sciolgono, felici. Lei gli si avvicina, si china accanto a lui, e gli stampa un bacio tenerissimo. Il paradiso all’improvviso.

Si espande il cielo profondo. Un telo blu oltremare, nel quale galleggia la Luna.
Squillante e Serena. Fedele. Magnetica.
Instancabilmente pronta a ricordarmi che domani sarà un altro giorno.
mi aspetta un altro bastimento carico di vita.
E di emozioni da assaporare.

Francesca

#COLORALALUCE @Galleria Civica Cavour

Tempo fa ho letto una frase speciale:

<< Devi F A R  S U C C E D E R E, non “aver successo” >>

Ci ho riflettuto su e ho capito quanto questo punto di vista cambi tutto.
Così ho interiorizzato e fatto mio questo invito alla vita
e spesso lo ripeto come una sorta di mantra scacciapensieri.

Beh, ora arrivo al punto.
Ho capito che se voglio qualcosa – non ci sono scuse – devo darmi da fare per ottenerlo.
Ecco perchè oggi posso condividere questa gioia:
ho partecipato ad un challange fotografico indetto daROSSO PADOVA,
in cui veniva chiesto di interpretare l’hashtag #COLORALALUCE.
Hanno partecipato tantissime persone, da tutta Italia.
Tra 760 foto ne sono state selezionate 30 finaliste
fra le quali fa capolino anche un MIO scatto.

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Le foto finaliste sono state esposte in Galleria Cavour
(Piazza Camillo Benso Conte Di Cavour, 73b)
e rimarranno in esposizione fino a domenica 10 maggio 2015,
in concomitanza alla durata dell’esposizione “Viaggio verso la luce” di Gesine Arps.

Sabato 9 maggio, alle ore 18.00, in Galleria Cavour
ci sarà la premiazione dei 5 vincitori.

Processed with VSCOcam[PH EffeFrancesca © 2015 EffeFrancesca Tutti i diritti riservati]

Che dite, fate un salto pure voi?
Noi vi aspettiamo numerosi!

A presto,

Francesca

Dell’imperfezione e delle tracce di non banalità

Come quando spunta il sole e sento il bisogno di respirare.

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Allora esco.
Vado a fare due passi per rigenerarmi, per ossigenare mente e cuore.
In questi momenti, in cui vago per la città sola, mi osservo intorno. Ascolto rumori urbani  e provo a leggere gli occhi di chi incrocio lungo il mio cammino.Guardo gli sconosciuti che mi passano accanto, mi chiedo cosa pensino, se sono felici o se trasportano – in silenzio – pesanti fardelli. Chissà se qualcuno condivide almeno un pensiero simile al mio… chissà.

Sovrappensiero arrivo davanti all’Orto Botanico, uno dei miei posti del cuore.
Passeggio placida lungo le aiuole. E’ stata l’insegnante di scienze delle medie a trasmettermi l’amore per questo luogo.
In qualunque stagione, l’Orto riserva scorci magici:
e ieri, pur essendo “spoglio”, l’ho trovato estremamente affascinante.

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[PH EffeFrancesca © 2015 EffeFrancesca Tutti i diritti riservati]

Forse, anche nella solitudine posso riempirmi gli occhi di bellezza.
Forse, seppur da sola, posso condividere quel che suscita stupore nei meandri più nascosti della mia anima.

Mi piacciono persone che sono come me, che hanno le stesse stranezze, la stessa curva di particolarità, il peso delle esperienze e una certa eccentricità.
Mi piacciono persone come me, che conservano la loro bellezza nell’imperfezione, nelle tracce di non banalità.
(Charles Bukowski)

A presto,

Francesca