Ansia da pres(en)tazione

Ieri ho fatto capolino tra le Stories di Instagram. Non ho scelto un giorno a caso, ma la ricorrenza di halloween. Sempre per andare contro corrente, in una giornata in cui tutti si dilettano a mascherarsi, ho deciso di smascherarmi, palesandomi per quella che sono. Caschetto e occhiali tondi per un metro e 55 scarsi di creatività, fantasia ma anche tanta ansia da prestazione. Ho scoperto che questa ansia da prestazione è un po’ ansia da pres(en)tazione. Lo so, può sembrare un contorto gioco di parole, ma cercherò di spiegarmi meglio. Tutti i giorni interagiamo con le persone, più o meno conosciute, senza porci troppo il problema di quello che siamo, di come possiamo apparire. Badate bene, ho scritto “senza porci troppo il problema”, il che significa che non siamo le persone più sicure sulla faccia della terra, ma cerchiamo di cavarcela, di sfangare le arcinote insicurezze, alla meno peggio. Ci camuffiamo bonariamente alla ricerca di un po’ di sicurezza, una “spintarella”, una qualsivoglia “stampella psicologica” che ci aiuti a relazionarci, facendoci sentire meno vulnerabili. Parlo banalmente della cosmesi, di un abbigliamento curato e ricercato, e perché no, di un buon profumo. La maggior parte delle volte vinciamo la timidezza per ingenua mancanza di consapevolezza. Quante volte ci ritroviamo catapultati nel vortice inarrestabile degli eventi della quotidianità? Capita di non avere quasi il tempo di realizzare cosa sta accadendo che dobbiamo agire, far fronte a quanto ci si presenta davanti. Interagire con qualcuno, per esempio: state camminando per strada e qualcuno vi interpella per chiedervi un’informazione. Penso a tutti i poveri turisti che, ignari e per loro sfortuna, si sono affidati al mio inesistente senso dell’orientamento. In quegli istanti non si ha nemmeno il tempo materiale per domandarsi come possiamo apparire ad occhi altrui. Veniamo visualizzati, presi in considerazione, ma non ci poniamo il problema di quale sia stato il processo mentale che li ha spinti a “scegliere” proprio noi. Accade e basta, dopodiché tanti saluti e grazie, ci si saluta e si procede per la propria strada.

Il vero problema sembra sorgere con l’evoluzione digitale. Questo mondo social, perennemente presente nelle nostre vite, sembra realizzare la profezia warholiana dei 15 minuti di notorietà convertiti nei 15 secondi di una storia su Instagram. Qui il contrasto si avverte evidente: non è semplice parlare con il telefono in mano, vedendoci, ascoltandoci in anteprima, consapevoli che poi “verremo recepiti così”. Di fatto, così facendo, abbiamo il tempo fisico di realizzare quello che verrà divulgato, di “filtrarci”, in qualche modo (cosa che, di per sé, non sarebbe neppure un male). La timidezza gioca, quindi, a sfavore di chi soffre di ansia da pres(en)tazione perché, non solo preclude un atteggiamento spontaneo, ma porta a non essere mai sicuri di aver parlato bene, in modo chiaro o di essersi presentati adeguatamente. Seguendo il filo di questa riflessione mi sono resa conto di quanto, in fin dei conti, sia un problema principalmente personale, di auto-giudizio. Il pregiudizio di cui abbiamo maggior timore è il nostro, quello che alimentiamo con una serie di idealizzazioni, operazioni di confronto e schematismi che ci irrigidiscono. Gli altri non sanno cosa o chi aspiriamo essere, a volte anche assomigliare. La ricezione altrui è per così dire scevra di quei canoni che non consideriamo imprenscindibili ma che, in realtà, non sono affatto necessari. Assumiamo atteggiamenti affettati e costruiti per sentirci sicuri di poter essere accettati, quando la cosa migliore da fare sarebbe essere semplicemente (seppur semplice non lo sia mai) se stessi. Forse, bisognerebbe partire da un assunto di fondo, pensare e focalizzarci su quale potrebbe essere il nostro reale obiettivo. Per me, personalmente, è di fondamentale importanza riuscire a porre le basi per costruire un rapporto di comunità con chi mi visualizza, condividendo stralci di vita, pensieri estemporanei, richieste di confronto. Quindi, farò pace con l’idea di finire per 24 ore in bacheca, nel tentativo di affezionare, di intessere ed alimentare rapporti in modo più reale e meno digitale. Perché ho scoperto che stingere un legame d’affetto va ben oltre la preoccupazione di pensare a come potremmo apparire. Perché essere ed esserci è molto più importante!

E voi cosa ne pensate?

Ci vediamo su Instagram?

Vi aspetto!

Francesca

Annunci

Tutto quello di ciò che sei

Quanto timore di essere giudicati, di risultare alienati da un mondo così veloce e frenetico, in costante movimento. Quanta paura di essere s-mascherati, di veder crollare quella parvenza di pacata normalità che, giorno dopo giorno, indossiamo per interagire con il mondo che ci contiene e circonda.

      Processed with VSCO with b1 presetProcessed with VSCO with b1 presetProcessed with VSCO with b1 preset

Eppure, a ben sentire, si può persino scoprire che Tutti, nessuno escluso, abbiamo la nostra buona dose di follia. Follia che fa rima con mania. Quella commistione di idee, emozioni di pancia, sensazioni epidermiche. Quelle nostre fissazioni che pensiamo siano esclusivamente nostre, peculiari e discriminanti e che, in realtà, costituiscono un ponte di umana solidarietà, quando vengono disvelate tra persone che hanno voglia di ascoltarsi e scoprirsi.

Cresciamo con la convinzione che “certe idee” le custodiamo solo noi. Certi pensieri, alcune preoccupazioni, premano forte solo nel nostro petto, e che gli altri ne siano immuni. Quelle piccole follie che si manifestano nelle pieghe del quotidiano, nelle ore più impensate, al mattino presto, oppure la sera tardi. Prendono vita, si animano quando il mondo è ancora chiuso fuori, quando siamo chiusi a chiave dentro, da soli. Noi con loro. Loro con noi, esclusivi detentori di un’onta che ci pende sul capo. Che ci grava sul cuore. Un fardello, un disagio, un elemento discriminatorio in una società che ci vuole sempre più rapidi, indifferenti e algidi.
Ma, con mio sommo stupore, ho scoperto che, cambiando prospettiva, quel profondo sentire avvertito come disagio personale può trasformarsi in magica risorsa. Si fa occasione di interazione, confronto e scambio. In una società asettica che ci vede omologati seppur così lontani, il nostro umano sentire ci può riavvicinare. Ci si può scoprire in un altrove che non sia la nostra zona di comfort. Possiamo ritrovarci comodi anche in panni altrui. Vederci, finalmente, attraverso gli occhi degli altri. Pensarci di pensieri altrui.

Lontani anni luce, ci auto esiliamo con il timore di non essere compresi. E poi, eccoci lì, a condividere la stessa barca in mare aperto. Basterebbe stanarci, uscire da sotto coperta, prendere il coraggio di essere. Di essere tutto quel che siamo senza filtri. Senza più nasconderci.
Senza smussarci tanto da cambiare i nostri stessi connotati. Un compromesso può esser concesso, ma non vale la pena trattenerci in uno spazio altro ed eccessivamente intimo.
Quei suoni che nascono dal profondo, cruccio e delizia, ci pungolano l’anima.
Quei suoni che sembrano voci e ci rimbombano dentro, che risuonano di un’eco dolorosa e talvolta insopportabile, dovrebbero esser lasciati liberi di fluttuare. Dovremmo lasciarli liberi di volare via.
Moneta di scambio di una vita che valga la pena esser vissuta, sentita davvero. Una vita realmente condivisa.

Francesca