Riconoscersi sconosciuti

È ironico ritrovare il tuo sguardo riflesso nello specchietto retrovisore. Un attimo, porgo un’occhiata fugace e ti trovo lì, nascosto, incastrato nel casco. Siedi su un motorino. Ti sei evoluto, penso. La bicicletta è diventata un motorino. Se non fosse stato per i tuoi occhi non ci avrei neppure fatto caso. (Del resto, anche io viaggio in incognito, ho cambiato auto, tu non lo sai ma non te ne saresti comunque reso conto.)
È cambiato tutto. Siamo invecchiati. I nostri mezzi si sono evoluti. E noi? Io guido cantando distrattamente. Tu cavalchi un motorino, ora, e trasporti Lei, alle tue spalle. Solo che Lei non si aggrappa a te, come avrei fatto io. 

…non c’è niente da fare: Lei non è Me. 

D’istinto alzo la musica alla radio, annullo il tuo rombo, annego nel ritornello per non pensare. Ma è uno sforzo inutile. È uno di quei momenti epifanici della vita, in cui ti ritrovi davanti alla realtà pura e cruda. Non sono più solo congetture o saghe mentali, ma è tutto vero, con una forma ed una consistenza propri.

Provo a far finta di nulla, ma mi risulta impossibile. Piove, ma non riesco neppure a piangere. Per curioso masochismo torno ad appoggiare gli occhi sui tuoi. Sono passati anni, ti riconosco sconosciuto ed avverto una stretta al cuore. Studio quei lineamenti che mi sono ancora così familiari e penso che è davvero assurda la vita. Sono corsi e ricorsi come le onde spumose portate a riva dalla marea.

È così che le persone si incontrano, si frequentano, si mischiano anima e corpo. Un attimo si conoscono a memoria in ogni singolo centimetro, si condividono i segreti più nascosti e ci si sente avvolti da un mantello di intimità – È ancora vivido il profumo della tua pelle. Tu sapevi di bosco d’autunno.

L’attimo dopo la magia si infrange e tutto si copre di un manto glaciale. Un distacco formale, di uno spessore infinito, figlio della contingenza. Un muro invalicabile costruito silenzio dopo silenzio. Una barricata di dispetti e vendette.

Riconoscersi sconosciuti è terribile. Non riesco a capacitarmene.

Francesca

Annunci

Tutto quello di ciò che sei

Quanto timore di essere giudicati, di risultare alienati da un mondo così veloce e frenetico, in costante movimento. Quanta paura di essere s-mascherati, di veder crollare quella parvenza di pacata normalità che, giorno dopo giorno, indossiamo per interagire con il mondo che ci contiene e circonda.

      Processed with VSCO with b1 preset Processed with VSCO with b1 preset Processed with VSCO with b1 preset

Eppure, a ben sentire, si può persino scoprire che Tutti, nessuno escluso, abbiamo la nostra buona dose di follia. Follia che fa rima con mania. Quella commistione di idee, emozioni di pancia, sensazioni epidermiche. Quelle nostre fissazioni che pensiamo siano esclusivamente nostre, peculiari e discriminanti e che, in realtà, costituiscono un ponte di umana solidarietà, quando vengono disvelate tra persone che hanno voglia di ascoltarsi e scoprirsi.

Cresciamo con la convinzione che “certe idee” le custodiamo solo noi. Certi pensieri, alcune preoccupazioni, premano forte solo nel nostro petto, e che gli altri ne siano immuni. Quelle piccole follie che si manifestano nelle pieghe del quotidiano, nelle ore più impensate, al mattino presto, oppure la sera tardi. Prendono vita, si animano quando il mondo è ancora chiuso fuori, quando siamo chiusi a chiave dentro, da soli. Noi con loro. Loro con noi, esclusivi detentori di un’onta che ci pende sul capo. Che ci grava sul cuore. Un fardello, un disagio, un elemento discriminatorio in una società che ci vuole sempre più rapidi, indifferenti e algidi.
Ma, con mio sommo stupore, ho scoperto che, cambiando prospettiva, quel profondo sentire avvertito come disagio personale può trasformarsi in magica risorsa. Si fa occasione di interazione, confronto e scambio. In una società asettica che ci vede omologati seppur così lontani, il nostro umano sentire ci può riavvicinare. Ci si può scoprire in un altrove che non sia la nostra zona di comfort. Possiamo ritrovarci comodi anche in panni altrui. Vederci, finalmente, attraverso gli occhi degli altri. Pensarci di pensieri altrui.

Lontani anni luce, ci auto esiliamo con il timore di non essere compresi. E poi, eccoci lì, a condividere la stessa barca in mare aperto. Basterebbe stanarci, uscire da sotto coperta, prendere il coraggio di essere. Di essere tutto quel che siamo senza filtri. Senza più nasconderci.
Senza smussarci tanto da cambiare i nostri stessi connotati. Un compromesso può esser concesso, ma non vale la pena trattenerci in uno spazio altro ed eccessivamente intimo.
Quei suoni che nascono dal profondo, cruccio e delizia, ci pungolano l’anima.
Quei suoni che sembrano voci e ci rimbombano dentro, che risuonano di un’eco dolorosa e talvolta insopportabile, dovrebbero esser lasciati liberi di fluttuare. Dovremmo lasciarli liberi di volare via.
Moneta di scambio di una vita che valga la pena esser vissuta, sentita davvero. Una vita realmente condivisa.

 

Francesca

Principali e apposizioni

Di proposizioni principali e subordinate appositive.
Di informazioni es(i)s(t)enziali e accompagnamenti companatici.
Sì ma, volendo scrutare davvero, se osservi nel profondo di questi occhi, a quale conclusione puoi approdare?

Con una fatica immane lavoro quotidianamente per ridurre all’osso il contorno, per trovarmi e riconoscermi all’interno di una confusione suscitata dalle mille contingenze. Quante armature indossate, quante mura erette passando attraverso l’esperienza. Silenziosi meccanismi protettivi di difesa costruiti senza rendermene conto, un pezzettino per volta, giorno dopo giorno.

La grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.
(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere)

Io sono – principale;
una donna ferita – leggi “serie di subordinate appositive” che, volente o nolente, determinano la mia esistenza. Ed è qui che si deve prestare maggiore attenzione.
Esattamente cosa sono? Sono intrinsecamente la mia identità.
La personalità è una questione a parte.
Martin Buber, nell’esposizione della teoria della duplice relazione tra “L’Io e il Tu”, sosteneva che occorre passare dal molteplice all’unità per incontrare il Tu ed entrare nella relazione.

Perché fondamentalmente siamo una melodia, ma non un insieme di suoni riconoscibili. Quando qualcuno ci vede ma non ci conosce, di primo acchito può farsi un’idea assolutamente arbitraria e generica. Ci facciamo indossatori di una nostra personale molteplicità, frutto della vita vissuta che ci forgia e ci delinea. Come un mantello cucito in rapporto al contesto, all’inquadramento spazio-temporale in cui siamo cresciuti.
Ma, per entrare nel mondo del Tu, per relazionarci e conoscere l’altro in modo autentico, occorre rovesciare il rapporto dello spazio e del tempo: non sarà l’uomo nel tempo e nello spazio, ma lo spazio e il tempo nell’uomo.
Dobbiamo lasciar rarefare l’aura di sfumature che ci cinge e ci palesa agli occhi degli altri.
Dobbiamo spogliarci di quella sensazione di inadeguatezza che ci induce a mortificarci. Non possiamo trascorrere la vita a nascondere la nostra essenza dietro una tenda opaca. Non possiamo lasciare che il vissuto ci inibisca, tacendoci e acciecandoci.
Oltre quella nuvola vibrante di vita esperita, ci siamo noi, nella nostra reale ed essenziale unità.

Semplicemente, siamo il nostro essere.

Francesca

Come denti di leone

“Alzatevi e non temete” (Matteo 17, 1-9)

Dovremmo imparare la saggezza dei denti di leone, che rappresentano “la promessa di una vita che continua” nonostante le quotidiane perdite che subiamo. 

Accade ogni anno. Quando scorgo la natura risvegliarsi dal torpore del sonno invernale mi lascio cogliere da un moto di meraviglia e stupore. È un ciclo continuo, inarrestabile, eppure riesce sempre a sorprendermi. Il sole accarezza gli alberi spogli, la clorofilla riprende il proprio flusso e in men che non si dica ecco che piccoli ma coraggiosi boccioli rivestono i rami. È una festa di colori e profumi, una rinascita che merita di essere celebrata con occhi colmi di gioia e gratitudine.Se prestassimo un po’ più di attenzione, ci accorgeremmo che, come ogni primavera, il miracolo si compie quotidianamente anche in noi. Siamo un agglomerato di storie e, se solo ce ne concedessimo l’opportunità, potremmo godere di infinite possibilità. Quante relazioni sfumate in un battito di ciglia, quante occasioni perse perché non colte al volo… Troppo spesso accade che, immersi in un problema, ce ne lasciamo completamente travolgere, fino ad annullare la percezione di tutto ciò che ci circonda. Diventiamo ciechi ed insensibili, ci raffreddiamo, perdiamo momentaneamente la capacità di vibrare all’unisono con la vita. Ci sono momenti in cui abbiamo l’impressione che non vi sia soluzione ai nostri patimenti, che ogni sforzo sia vano, che lottare diventi insignificante. Quanto siamo ingenui! Quanto ci sbagliamo!

Tutte le volte che le cose non vanno come vorremmo noi,tutte le volte che non riusciamo a raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo o, più banalmente,quando i nostri progetti mutano in itinere, a causa delle contingenze, ci sentiamo piccoli e ci sembra di peccare di incapacità e inettitudine. Ci sentiamo frustrati perché temiamo l’imprevisto, temiamo il cambiamento. Ogni qualvolta avvertiamo di essere al tramonto di un’esperienza sentiamo salire un senso di angoscia misto ad oppressione, perché temiamo l’ignoto che avanza. Siamo spaventati da tutto ciò che non conosciamo, ma con questo atteggiamento non saremo mai in grado di cogliere la ventata di novità di cui il cambiamento è intrinsecamente foriero. Ci sentiamo annaspare in una nube di nebbia, quando invece dovremmo avere più fiducia e lasciarci cullare da questa nube che può diventare bambagia luminosa. 

Con un po’ di umiltà e buona volontà, dovremmo imparare la leggerezza dell’“adesso”. L’organizzazione e la lungimiranza sono doti importantissime, non c’è dubbio, eppure dovremmo cercare di trovare il giusto equilibrio. E smettere di cercare di controllare tutto, di incasellare e inscatolare ogni esperienza. Questa assurda ed estenuante pratica tassonomica, nel vano tentativo di conservare qualcosa che ci ha reso felici o ci ha fatto sentire temporaneamente al sicuro, ci conduce ad un’aridità di fondo: perdiamo il costante fluire degli attimi. Quante opportunità perse ponderando troppo a lungo i pro e i contro. Quanti calcoli inutili, quante sterili previsioni. Pretendiamo di “congelare” momenti vissuti che reputiamo pressoché “perfetti”, senza capire che la vita è più forte di noi, di qualsiasi nostra intenzione o premeditazione. Dovremmo imparare la saggezza dei denti di leone, che rappresentano “la promessa di una vita che continua” nonostante le quotidiane perdite che subiamo. 

Dimentichiamo troppo spesso che per ogni fine c’è un nuovo inizio pronto a venirci incontro. Quando una fase finisce dovremmo emozionarci, dovremmo avvertire uno stimolante pizzicorio al cuore, per le innumerevoli esperienze che ci possono condurre ancora una volta in una progressiva crescita e conoscenza di noi stessi, delle nostre risorse. Indipendentemente da come vadano le cose, che siamo reduci da un successo o vittime di una delusione dovremmo sempre alzarci, guardarci intorno e non temere. Alzarci ancora una volta, aver fiducia e credere fervidamente nella magia nascosta dietro l’angolo.

EYES

Guardami negli occhi. Dietro a questo punto nero sono io.
(Lorenzo Olivan)

9f1dcbd87831ca121f7a8e278d5e7ad4

Occhi color cacao. Della stessa intensità del cioccolato fuso.
Buoni e dolcissimi.
Due praline in vetrina, oltre le lenti degli occhiali.
Occhi morbidi, che accarezzano piano l’anima.
Due confetti bruni. Così profondi.
Regalano sguardi silenziosi, contenenti un universo di parole.
Occhi melodiosi che compongono armonie dolcissime.
Tracciano note a matita, sul pentagramma del mio cuore.
Pozzi di emozione.
Occhi fondenti. B r i l l a n o, spogliati dalla stagnola dorata.

Tu guardi oltre la superficie. Riesci a leggere il mondo che mi porto dentro.
Occhi istruiti, devoti alla Luna.
Sanno apprezzare lo scintillio delle stelle.
Occhi addomesticati.
Pazientemente, addomesticheresti i miei?

Francesca

FROLLINI STELLARI

Ieri pomeriggio ho postato una foto dei miei FROLLINI STELLARI su Instagram e,
grazie al commento di una ragazza, ho pensato di condividere qui la ricetta,
a modo mio.

INGREDIENTI:

200 gr di farina 00;
50 gr di amido di mais;
1 bustina di lievito;
60 gr di zucchero di canna;
60 ml di olio di semi di mais;
acqua q.b.

temp(24)-1

PROCEDIMENTO:

Preriscaldo il forno a 180° e comincio a pesare gli ingredienti.
Setaccio la farina e la mescolo all’amido di mais.
Strappo la bustina di lievito e ne esce un delizioso aroma vanigliato. Chiudo gli occhi e respiro, concentrandomi su quel profumo di buono. Sa di sogni incantati e di infanzia.
Lascio saltellare lo zucchero di canna nella terrina e l’olio si tuffa fluente, pronto ad essere amalgamato. Aggiungo poi l’acqua, fino a che non ottengo una palla.
Il risultato?
Un composto omogeneo, morbido e delicato. Di una consistenza soffice,
che in America definirebbero “FLUFFY”.
Stendo l’impasto sulla spianatoia, aiutandomi col mattarello.
Per dar maggior sapore ai frollini mi sbizzarrisco con la frutta secca e le spezie.
Schiaccio due noci; le trito grossolanamente, lasciando che si diffonda il loro olio essenziale.
Spolvero appena con un buffetto di cannella.
Do vita ad una via lattea che sa di terre lontane.
Inforno i miei biscotti stellari a 180° e li lascio cuocere per 10-12 minuti.

2016-02-07 04.43.02 3-1.jpg

Questa, l’atmosfera ovattata e rassicurante che cerco di ricreare a casa mia.
Mi metto ai fornelli per passione, ma anche per rilassarmi, per liberare la mente.
Con semplicità e passione cerco di cullare i miei pensieri,
di coccolare le emozioni che tengo nel cuore.

2016-02-08 02.40.33 4.jpg

E così, con enorme meraviglia, ho scoperto che anche l’arte culinaria può diventare un pretesto per raccontare le mie sensazioni. Ché basta davvero poco per dar voce alla propria fantasia, facendola dialogare con i giusti ingredienti.

A presto,
Francesca

365 albe

Gli ultimi giorni dell’anno, come al solito, volano freneticamente. Scorrono rapidi, travolgendomi.
Inevitabilmente mi ritrovo a stilare millemila liste mentali.
Quella delle cose da fare. I famigerati buoni propositi: libri da leggere, foto da scattare, viaggi da organizzare, abitudini nocive da abolire, obiettivi da raggiungere…
sogni da avverare!
Tra le tante, fa capolino pure uno pseudo bilancio di questo 2015.
Sì perché, se ci penso, provo le vertigini. E il primo aggettivo che mi viene in mente è “d e n s o”.
Un anno impegnativo, colmo, difficile.
Un anno di scelte. Scelte importanti compiute di fronte a bivi decisivi.
Destra o sinistra? Moralmente corretto o scorretto? Giusto o sbagliato? Per me o per gli altri?
Una delle lezioni più importanti che ho imparato è che, per quanto ci si possa sforzare, non si vive per accontentare le altre persone.
La scelta è m i adev’essere mia – perché i o sono responsabile di m e
s t e s s a
. Del resto, ogni scelta comporta una conseguenza e io voglio vivere con la certezza di garantire la massima dedizione ai miei progetti, facendo ciò che mi sento di fare.
Non ci sono pretese superomistiche. Vorrei solo esser più serena o, quanto meno, trovare un compromesso equilibrato tra il mio istinto e la mia coscienza.

E’ stato anche un anno “m a g i c o”.
Un anno di sorprese, rivelazioni, conquiste.
Una delle più importanti, in assoluto, è stata la scoperta della mia identità, della mia individualità.
Perché è così, le cose accadono quando meno te lo aspetti. Magari finisci pure per perdere la speranza, ma poi arrivano emozioni i n c r e d i b i l i.
Non credevo di avere la forza di fare tante cose,
né tanto meno di riuscirci da sola.
Eppure, con le mie forze sono andata lontano.

La pubblicazione di un mio racconto. Lo stage in biblioteca. La mostra fotografica.
Firenze. Bologna. Pisa. Roma.
Le passeggiate ai giardini di Boboli. Lo street food da Aurelio. Le corse in motorino sopra Firenze. 
La cena a Testaccio. Le chiacchierate bighellonando per Trastevere.

Ho colto occasioni al balzo, facendo tesoro di esperienze preziose.
Ho preso treni che chi lo sa se passeranno ancora.

fff

Nel dubbio sono salita senza pensarci troppo e ho viaggiato alla scoperta di qualcosa. Di qualcuno. Sono state giornate calde, intense, ricche.
Ho incrociato sguardi; ritrovato pezzi raminghi di me stessa che ho incollato grazie alla potenza di certi abbracci.
Ho riso. Cantato. Corso.
Correre senza avere più il fiato è una delle sensazioni più vere e soddisfacenti che ci possano essere. Ho respirato davvero, senza limitarmi a sopravvivere.
Ho lasciato che la melodia della vita mi attraversasse le vene; danzato a occhi chiusi sulle note di attimi dolcissimi.
Semplicemente, mi sono sentita viva.

ddd

E così, eccomi qui, a fare mente locale e metter via momenti f e l i c i e lievi che si possono contare sulla punta delle dita. Pochi ma buoni, talmente speciali da compensare tutto il resto.
Eccola qui, la mia personalissima scorta di meraviglia.

A tutti un augurio di un incantevole 2016!

Francesca