Dolore: “fa curriculum”?

Che sia sempre più difficile farsi strada nel mondo lavorativo, ormai, è un dato di fatto.
Ci vogliono giovani e pronti, svelti ed esperti.
Bisogna essere diplomati, laureati e “masterizzati”.
Trascorriamo gli anni migliori a schiena curva, sopra una scrivania, con una matita in mano ed il naso immerso nei libri. Saltiamo rapidamente, con un doppio carpiato, dai banchi di scuola a quelli universitari, per poi arenarci in un limbo che sembra non avere punti di fuga. In stallo, in attesa del nostro momento e, no, vi assicuro che non è mancanza di intraprendenza. Quante vasche fatte, bussando con timore reverenziale alla porta di negozi e uffici, depositando centinaia di curricula che, nel migliore delle ipotesi, vengono a malapena letti, oppure cestinati seduta stante. Liquidati con poche, indifferenti, sillabe. Chi non ha i titoli adeguati, chi ne ha troppi, risultando paradossalmente pretenzioso. Intraprendere un percorso cercando di assecondare e nutrire la propria indole, per dar vita ai propri progetti, non è semplice.
Gli ingredienti fondamentali sono dedizione, pazienza e una volontà di ferro. È una strada tortuosa, costellata di ostacoli che, senza dubbio, vale la pena affrontare.
Essere giovani significa aver la voglia di scalare le montagne per inseguire i propri sogni. E, se si dovesse fallire, ricominciare da capo, con più grinta di prima.

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Tante volte veniamo rimbalzati per mancanza di esperienza, eppure…
Se è vera la leggenda per la quale gli esami non finiscono mai, ogni giorno ci troviamo a far fronte a mille e una prove: siano esse di pazienza, resistenza o prodezza, bisogna sempre essere pronti e reattivi.
Ecco perché sono fermamente convinta che ci siano delle persone che di esperienza, se non in un determinato settore, ne abbiano accumulata parecchia, impilando un insegnamento per volta. Facendo pratica giorno per giorno, dolore dopo dolore. Nessuno si augura di soffrire, star male o trascorrere momenti difficili, è ovvio. Ma accade di dover affrontare la tempesta, vuoi per una specifica congiunzione astrale, vuoi perché l’ufficio complicazione affari semplici è sempre aperto – 24 ore su 24 -.
Un po’ alla volta, poi, le nubi si diradano e torna a splendere il sole, ma nulla è più come prima.
Riflettevo sulla sorprendente omofonia di due termini:

RIVELAZIONE e RIVOLUZIONE.

Mi sono chiesta se, nonostante l’alternanza di quattro vocali, ci sia una qualche c o n n e s s i o n e tra questi due concetti. Quando esperiamo qualcosa, quando scopriamo, poi nulla è più come prima. Cambiamo prospettiva, o meglio, si evolve; il campo visivo e mentale si ampliano, modificando il nostro atteggiamento.
È inevitabile. Si cresce, si muta, si dà vita ad un personalissimo senso critico, corroborando punti di vista ed idee.
Sì! Senza alcuna remora, considero il dolore uno dei più efficaci banchi di prova, per scoprire e testare le proprie capacità e i propri limiti. Ci si tempra, si matura, assumendo un atteggiamento adulto e responsabile. 
Va da sé che, conoscersi, risulti essere un requisito fondamentale per poter sfruttare al meglio le proprie abilità e le proprie risorse.
Forte di questa convinzione, vi domando:

il dolore fa o non fa curriculum?

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Giro di giostra

Quello che tu ami
RIMANE,
il r e s t o è
NIENTE.
(Ezra Pound)

Frida Kahlo diceva che
gli uomini riescono ad essere dei Re Mida alla rovescia: trasformano in merda il miele della vita”,
e a ben pensarci aveva ragione.
Tralasciando il valore metaforico delle sue parole, mi sono soffermata a riflettere su quante cose roviniamo, ogni giorno. E, sia ben chiaro, non si tratta di una mera accusa, quanto piuttosto di una presa di coscienza. L’assunzione di consapevolezza di quanti errori commettiamo. Che poi, pensandoci, siamo semplicemente umani. Certo, a volte alla pena si aggiunge pure l’aggravante del nostro esser recidivi fino all’inverosimile. Ma, del resto,

CHI NON HA PECCATO SCAGLI LA PRIMA PIETRA.

Delineerò una brevissima sintesi, giusto per avere un’idea più chiara di quanto, in linea di massima, accada nel quotidiano.

Prendiamo il più elementare rapporto UOMO – MIELE DELLA VITA (ognuno lo identifichi con ciò che preferisce):
di prassi l’UOMO commette un ERRORE (più o meno volontariamente) e innesca
la trasformazione del MIELE DELLA VITA in MERDA.
Tale trasformazione non avviene con la stessa rapidità: a volte può essere IMMEDIATA, altre può richiedere ANNI. Dipende molto dalle contingenze, dalla gravità dell’errore, dalla capacità di sopportazione barra propensione al soprassedere ad un determinato errore.
Tante variabili, dunque, tuttavia il risultato f i n a l e tende ad essere INVARIATO.

ERRORE = COSA ROVINATA ➝ DOLORE

Il dolore è quel meccanismo per il quale la fiducia comincia a vacillare. Come piccoli Pollicino, perdiamo pezzi di fiducia per strada. Banalissima forma di autodifesa: individuiamo quel percorso come qualcosa che ci ha provocato sofferenza e si instaura un atteggiamento di diffidenza. A questo punto ci troviamo di fronte ad un BIVIO:

VIVERE (offrendo o ricevendo) una SECONDA POSSIBILITÀ’
oppure
CAMBIARE STRADA.

Tagliare i ponti, si sa, non è mai facile, quindi mi soffermerò sulla prima opzione.
Le SECONDE POSSIBILITÀ’ possono rivelarsi opportunità positive e fruttuose,
tanto quanto stangate micidiali.
Ecco perché bisogna prestare molta attenzione: perché il confine tra le due parti è davvero labile.

ERRORE ➝ DOLORE ➝ CAMBIAMENTO ➝ SECONDA POSSIBILITÀ’

Come dicevo, non è mai facile vivere una seconda, terza… ventisettesima possibilità, perché si innesca un processo per il quale si vive come se si fosse sempre sotto esame, sensazione tendenzialmente accompagnata da ansia da prestazione, mancanza di spontaneità e paura di soffrire nuovamente.

A questo punto sorge la domanda alla quale non riesco a trovare risposta: cosa è meglio fare?
Vivere di seconde possibilità o optare per
l’ i n d i f f e r e n z a barra OBLIO?
Non saprei.

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E se la nostra vita fosse una G I O S T R A e avessimo a disposizione un biglietto per “UN SOLO GIRO”? Nessun bonus che ci consenta di RIPETERE LA CORSA.
Come sarebbe se valesse esclusivamente il “BUONA LA PRIMA”?

Dovremmo imparare a giocarcela bene, ma bene davvero,
semplicemente
PRENDERE O LASCIARE.

Ai posteri l’ardua sentenza.

A presto,

Francesca

Inventarsi di aprire gli occhi

Accade, troppo spesso, di vivere una vita che scelgono gli altri.
Regole, idee, ritmi preconfezionati e prestabiliti ai quali attenersi ciecamente.
Nessuna domanda, alcun dubbio: ci svegliamo al mattino e inanelliamo un dovere dietro l’altro. Migliaia di cose da fare, di luoghi in cui andare. Una corsa frenetica che non si placa mai.
Alla fine della giornata ci ritroviamo con collane colme di “cose” fatte, eppure non siamo capaci di sentirci soddisfatti.
Eppure, ci sentiamo ancora v u o t i.
Possibile che la nostra realtà possa ridursi ad una scatola entro la quale rinchiudersi?
Una scatola di abitudini, di cliché che porgono false certezze. Labili sicurezze di esistenze illusorie. Appigli effimeri ai quali aggrapparsi nella vana speranza di riuscire a incasellare ogni dettaglio della nostra vita, per definire un ordine universalmente riconosciuto. Per mettersi l’anima in pace.
Per trovare il nostro posto nel mondo, una sistemazione d e f i n i t i v a. Che definitiva non è!
L’anima è in perpetuo movimento: abbiamo un oceano dentro, che si manifesta come una danza di correnti contrastanti, e noi siamo al centro di questo vortice. I moti del nostro cuore spesso collidono con le regole convenzionalmente stabilite. Non combaciano quasi mai coi ritmi scanditi dalla quotidianità mediamente condivisa.


[PH EffeFrancesca © 2015 EffeFrancesca Tutti i diritti riservati]

Quando nasciamo ci viene donato un pizzico di magica follia: è una s e m e n t e  particolare, d e l i c a t a  che richiede molta dedizione e un intenso dispendio di energie. Accogliere questo folle seme, accettarlo e ascoltarlo non è semplice, tuttavia rappresenta il balsamo al vuoto che spesso avvertiamo.
Dovremmo trovare il coraggio di inventarci di aprire gli occhi.
Sfidare l’ignoto e credere in quello che proviamo.
Percepire la realtà e scomporla attraverso la nostra sensibilità, lasciando che meglio si adatti al nostro modo di sentire.
Ciò che conta davvero è aprire gli occhi.
Infrangere questa scatola regolata dall’ordine costituito e decodificarne le apparenze.
Avere la voglia di darsi dei ritmi propri, per danzare con la propria personalissima melodia.
Per scoprire ciò che siamo veramente.

A presto,

Francesca