Dilatare

Le distanze. A volte è necessario prenderle. Allontanarsi da un luogo, da una persona. Rapporti che, come le circostanze, improvvisamente diventano stretti e si ha bisogno di frapporre spazio. E tempo.
Noi, figli di una generazione in moto perpetuo, di uno stakanovismo ai limiti dell’umano.
Noi, quelli della catena di montaggio della produttività e del rendimento, a volte cediamo e avvertiamo un bisogno vitale di dilatare per allentarci. Un’esigenza che non è capriccio, ma mero istinto di sopravvivenza al c a o s del quotidiano.
E parlo perlopiù di una confusione che alberga i n v a d e n t e all’interno delle nostre menti. Un viavai continuo di p e n s i e r i che si incrociano, si tagliano la strada e, capita, cozzino in frontali dolorosi. È destabilizzante. Emotivamente provante.

Sento il bisogno di una vacanza. Niente di stravagante. Nulla di eccezionale, o forse sì. Perché no?
Ché, in fondo, silenzio e tranquillità sono diventati l’eccezione in questo cancan esasperato.
Vai – fai – briga.
Prendi – porta – rendi conto.
Tutti insieme, come automi impazziti: “metti la cera, togli la cera”.
Ho bisogno di staccare la spina, prendere una boccata d’aria e tirare un attimo il respiro. Di ascoltarmi in silenzio. Di recuperare la mia dimensione.
Mi penso e mi (sop)peso.
Cosa c’è dentro questo involucro [forse] omologato ai dettami dell’epoca?

Mi domando quanta CRETA ci sia in noi.
Quanto c’è di autentico in me? Perché spesso, senza neppure farci caso (ma non è una scusa assolutilizzabile), ci modelliamo adeguandoci ai differenti contesti, per far fronte alla convivenza col prossimo. Ma, quanto siamo capaci e, soprattutto, disposti a camuffare la nostra spontaneità?
Quanto costa “essere accomodanti” per assecondare necessità altrui o, più banalmente, per quieto vivere? Ammansirsi è un po’ appiattirsi, procedere lungo la superficie delle cose assumendo, all’o c c o r r e n z a, forme e modi differenti. È come a d d o m e s t i c a r s i, realizzando una sorta di metamorfosi interiore.
CI avete mai pensato? È forse questo fare “buon viso a cattivo gioco”?

Siamo immersi nella famigerata “commedia umana”, circondati da maschere che fanno la propria comparsa recitando una parte. Raramente vedo occhi accendersi in modo spontaneo. Quell’interruttore trova sede privilegiata nel cuore e, forse per questo, prendersi la briga di attivarlo, non è sempre facile e denota una notevole dimostrazione di coraggio. Perché, in fondo, se accetti di vivere davvero, metti in conto anche l’eventuale possibilità di deluderti, deludere e soffrire. Perché sai che corri un rischio.
E in tutto questo mutamento, in questa abilità di trasformazione si cela evoluzione od involuzione? Ingentilimento o svilimento?

Su questa linea di interrogativi, mi chiedo anche se sappiamo effettivamente essere demiurghi di noi stessi, adattandoci alle contingenze, o se siano le contingenze a mutarci. Insomma, siamo artefici di noi stessi o è il contorno a condurre il gioco, maneggiandoci come se fossimo plastilina? Perché ho sempre più l’impressione che veniamo s t r o p i c c i a t i senza troppi complimenti.
DEFORMATI, allungati, ALLENTATI, appallottolati.
In un modo o nell’altro, comunque vada, c a m b i a m o.

Francesca

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