Fotografia p e n s a t a

Sai cos’è una fotografia pensata?
È un incanto. Un sogno. Una visione.
Concentrati, apprestati ad immaginare: stai per tratteggiarne una.
Prenditi un attimo, apri la mente e lascia uscire i pensieri.
Ascolta bene, leggi con calma e dai il benvenuto alle emozioni.

Clic.


Una bicicletta sfreccia lungo il cavalcavia ombreggiato: scende, sfruttando la forza di gravità. Sul sellino un ragazzo. È riccio, col viso pulito. Ha lo zaino in spalla e occhi che ridono.
Sul tubo, invece, seduta all’amazzone c’è una ragazza. Capelli raccolti, qualche ciuffo indisciplinato le svolazza dietro le orecchie. Sulle labbra è disegnato un sorriso.
Ridono complici.
Luci e ombre. Sono i raggi del sole che filtrano tra le fronde del filare di alberi, ricamando i loro volti.
Lui riprende a pedalare, guarda dritto, avanti a sé. Lei gli dice qualcosa, si volta appena, sporgendosi alla sua sinistra, e gli stampa un bacio sulla guancia. Un bacio tenero, morbido, che sa di buono.
Se ne stanno così: vicini, in equilibrio. Semplicemente felici.
Leggeri, con i loro vestiti estivi colorati, fluttuanti nella loro bolla di sapone innamorata. Un’aura che profuma di protezione, fiducia e benessere.

In quell’istante sto percorrendo il cavalcavia nel senso opposto. Sono in macchina, li scorgo attraverso il finestrino e rimango folgorata da tanta bellezza. Una meraviglia che porta il nome del loro amore.

Accade tutto rapidamente, forse una manciata di secondi, sorrido anch’io e mi aggrappo al volante col solletico al cuore.
Quel gesto spontaneo ha saputo dilatare un istante fugace, non effimero, rendendolo eterno. Si è impresso indelebile nella pellicola fotografica delle mia memoria, in questa fotografia che ho voluto raccontarti.

[ Più o meno c o s ì ♥️ ]

Francesca

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Dilatare

Le distanze. A volte è necessario prenderle. Allontanarsi da un luogo, da una persona. Rapporti che, come le circostanze, improvvisamente diventano stretti e si ha bisogno di frapporre spazio. E tempo.
Noi, figli di una generazione in moto perpetuo, di uno stakanovismo ai limiti dell’umano.
Noi, quelli della catena di montaggio della produttività e del rendimento, a volte cediamo e avvertiamo un bisogno vitale di dilatare per allentarci. Un’esigenza che non è capriccio, ma mero istinto di sopravvivenza al c a o s del quotidiano.
E parlo perlopiù di una confusione che alberga i n v a d e n t e all’interno delle nostre menti. Un viavai continuo di p e n s i e r i che si incrociano, si tagliano la strada e, capita, cozzino in frontali dolorosi. È destabilizzante. Emotivamente provante.

Sento il bisogno di una vacanza. Niente di stravagante. Nulla di eccezionale, o forse sì. Perché no?
Ché, in fondo, silenzio e tranquillità sono diventati l’eccezione in questo cancan esasperato.
Vai – fai – briga.
Prendi – porta – rendi conto.
Tutti insieme, come automi impazziti: “metti la cera, togli la cera”.
Ho bisogno di staccare la spina, prendere una boccata d’aria e tirare un attimo il respiro. Di ascoltarmi in silenzio. Di recuperare la mia dimensione.
Mi penso e mi (sop)peso.
Cosa c’è dentro questo involucro [forse] omologato ai dettami dell’epoca?

Mi domando quanta CRETA ci sia in noi.
Quanto c’è di autentico in me? Perché spesso, senza neppure farci caso (ma non è una scusa assolutilizzabile), ci modelliamo adeguandoci ai differenti contesti, per far fronte alla convivenza col prossimo. Ma, quanto siamo capaci e, soprattutto, disposti a camuffare la nostra spontaneità?
Quanto costa “essere accomodanti” per assecondare necessità altrui o, più banalmente, per quieto vivere? Ammansirsi è un po’ appiattirsi, procedere lungo la superficie delle cose assumendo, all’o c c o r r e n z a, forme e modi differenti. È come a d d o m e s t i c a r s i, realizzando una sorta di metamorfosi interiore.
CI avete mai pensato? È forse questo fare “buon viso a cattivo gioco”?

Siamo immersi nella famigerata “commedia umana”, circondati da maschere che fanno la propria comparsa recitando una parte. Raramente vedo occhi accendersi in modo spontaneo. Quell’interruttore trova sede privilegiata nel cuore e, forse per questo, prendersi la briga di attivarlo, non è sempre facile e denota una notevole dimostrazione di coraggio. Perché, in fondo, se accetti di vivere davvero, metti in conto anche l’eventuale possibilità di deluderti, deludere e soffrire. Perché sai che corri un rischio.
E in tutto questo mutamento, in questa abilità di trasformazione si cela evoluzione od involuzione? Ingentilimento o svilimento?

Su questa linea di interrogativi, mi chiedo anche se sappiamo effettivamente essere demiurghi di noi stessi, adattandoci alle contingenze, o se siano le contingenze a mutarci. Insomma, siamo artefici di noi stessi o è il contorno a condurre il gioco, maneggiandoci come se fossimo plastilina? Perché ho sempre più l’impressione che veniamo s t r o p i c c i a t i senza troppi complimenti.
DEFORMATI, allungati, ALLENTATI, appallottolati.
In un modo o nell’altro, comunque vada, c a m b i a m o.

Francesca

Come POLLICINO

“mentre te ne vai un po’ di te

rimane qui, anche se non vuoi”

(Coez – Faccio un casino)

“Perché un p r e t e s t o per tornare bisogna sempre s e m i n a r s e l o dietro, quando si parte.”

(Alessandro Baricco – Oceano mare)

Un paio di orecchini mica troppo sbadatamente dimenticati su una mensola;

Un bigliettino appiccicato sul cruscotto;

Un telo da mare ancora insabbiato scordato nel buio del bagagliaio un pomeriggio di inizio autunno…

Un oggetto q u a l u n q u e costituisce un pretesto in potenza per non dimenticare, per non essere scordati, chè non si sa mai dove ci porti la vita.

E allora sta a noi – come dei novelli Pollicino, fautori di ciò che vogliamo tenere a mente – DISSEMINARE il nostro tragitto di dettagli che possano r i e v o c a r e piccoli ma sgargianti ricordi, SPARGERE qua e là EFFETTI personali che, nel frattempo, si fanno AFFETTI, ai quali non sappiamo più rinunciare. È più o meno’ il magico principio, o potere, della musica, delle canzoni che sanno far rivivere attimi come luci abbaglianti, lampi vivi e pulsanti nell’anima. Così uno si ritrova sovrappensiero a canticchiare vecchi REFRAIN impolverati e smangiucchiati. Ci affidiamo a questi e s p e d i e n t i, più o meno tangibili, coltivando l’illusione di alimentare una memoria inscalfibile.

Cerchiamo una scusa qualunque per sentirci meno vulnerabili nella ricerca costante dell’altro quando la verità è che se entriamo o lasciamo entrare qualcuno nel cuore a lievi passi, ogni p r e t e s t o sarà buono per rincorrerlo e ricordarcene. Dovremmo imparare a far pace con l’idea che, nel bene o nel male, certe essenze diventano tanto parte di noi che anche la minima virgola potrà modellare le nostre labbra in una smorfia, sia essa di divertita o nostalgica memoria.

Francesca

Riconoscersi sconosciuti

È ironico ritrovare il tuo sguardo riflesso nello specchietto retrovisore. Un attimo, porgo un’occhiata fugace e ti trovo lì, nascosto, incastrato nel casco. Siedi su un motorino. Ti sei evoluto, penso. La bicicletta è diventata un motorino. Se non fosse stato per i tuoi occhi non ci avrei neppure fatto caso. (Del resto, anche io viaggio in incognito, ho cambiato auto, tu non lo sai ma non te ne saresti comunque reso conto.)
È cambiato tutto. Siamo invecchiati. I nostri mezzi si sono evoluti. E noi? Io guido cantando distrattamente. Tu cavalchi un motorino, ora, e trasporti Lei, alle tue spalle. Solo che Lei non si aggrappa a te, come avrei fatto io. 

…non c’è niente da fare: Lei non è Me. 

D’istinto alzo la musica alla radio, annullo il tuo rombo, annego nel ritornello per non pensare. Ma è uno sforzo inutile. È uno di quei momenti epifanici della vita, in cui ti ritrovi davanti alla realtà pura e cruda. Non sono più solo congetture o saghe mentali, ma è tutto vero, con una forma ed una consistenza propri.

Provo a far finta di nulla, ma mi risulta impossibile. Piove, ma non riesco neppure a piangere. Per curioso masochismo torno ad appoggiare gli occhi sui tuoi. Sono passati anni, ti riconosco sconosciuto ed avverto una stretta al cuore. Studio quei lineamenti che mi sono ancora così familiari e penso che è davvero assurda la vita. Sono corsi e ricorsi come le onde spumose portate a riva dalla marea.

È così che le persone si incontrano, si frequentano, si mischiano anima e corpo. Un attimo si conoscono a memoria in ogni singolo centimetro, si condividono i segreti più nascosti e ci si sente avvolti da un mantello di intimità – È ancora vivido il profumo della tua pelle. Tu sapevi di bosco d’autunno.

L’attimo dopo la magia si infrange e tutto si copre di un manto glaciale. Un distacco formale, di uno spessore infinito, figlio della contingenza. Un muro invalicabile costruito silenzio dopo silenzio. Una barricata di dispetti e vendette.

Riconoscersi sconosciuti è terribile. Non riesco a capacitarmene.

Francesca

Tutto quello di ciò che sei

Quanto timore di essere giudicati, di risultare alienati da un mondo così veloce e frenetico, in costante movimento. Quanta paura di essere s-mascherati, di veder crollare quella parvenza di pacata normalità che, giorno dopo giorno, indossiamo per interagire con il mondo che ci contiene e circonda.

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Eppure, a ben sentire, si può persino scoprire che Tutti, nessuno escluso, abbiamo la nostra buona dose di follia. Follia che fa rima con mania. Quella commistione di idee, emozioni di pancia, sensazioni epidermiche. Quelle nostre fissazioni che pensiamo siano esclusivamente nostre, peculiari e discriminanti e che, in realtà, costituiscono un ponte di umana solidarietà, quando vengono disvelate tra persone che hanno voglia di ascoltarsi e scoprirsi.

Cresciamo con la convinzione che “certe idee” le custodiamo solo noi. Certi pensieri, alcune preoccupazioni, premano forte solo nel nostro petto, e che gli altri ne siano immuni. Quelle piccole follie che si manifestano nelle pieghe del quotidiano, nelle ore più impensate, al mattino presto, oppure la sera tardi. Prendono vita, si animano quando il mondo è ancora chiuso fuori, quando siamo chiusi a chiave dentro, da soli. Noi con loro. Loro con noi, esclusivi detentori di un’onta che ci pende sul capo. Che ci grava sul cuore. Un fardello, un disagio, un elemento discriminatorio in una società che ci vuole sempre più rapidi, indifferenti e algidi.
Ma, con mio sommo stupore, ho scoperto che, cambiando prospettiva, quel profondo sentire avvertito come disagio personale può trasformarsi in magica risorsa. Si fa occasione di interazione, confronto e scambio. In una società asettica che ci vede omologati seppur così lontani, il nostro umano sentire ci può riavvicinare. Ci si può scoprire in un altrove che non sia la nostra zona di comfort. Possiamo ritrovarci comodi anche in panni altrui. Vederci, finalmente, attraverso gli occhi degli altri. Pensarci di pensieri altrui.

Lontani anni luce, ci auto esiliamo con il timore di non essere compresi. E poi, eccoci lì, a condividere la stessa barca in mare aperto. Basterebbe stanarci, uscire da sotto coperta, prendere il coraggio di essere. Di essere tutto quel che siamo senza filtri. Senza più nasconderci.
Senza smussarci tanto da cambiare i nostri stessi connotati. Un compromesso può esser concesso, ma non vale la pena trattenerci in uno spazio altro ed eccessivamente intimo.
Quei suoni che nascono dal profondo, cruccio e delizia, ci pungolano l’anima.
Quei suoni che sembrano voci e ci rimbombano dentro, che risuonano di un’eco dolorosa e talvolta insopportabile, dovrebbero esser lasciati liberi di fluttuare. Dovremmo lasciarli liberi di volare via.
Moneta di scambio di una vita che valga la pena esser vissuta, sentita davvero. Una vita realmente condivisa.

Francesca

Principali e apposizioni

Di proposizioni principali e subordinate appositive.
Di informazioni es(i)s(t)enziali e accompagnamenti companatici.
Sì ma, volendo scrutare davvero, se osservi nel profondo di questi occhi, a quale conclusione puoi approdare?

Con una fatica immane lavoro quotidianamente per ridurre all’osso il contorno, per trovarmi e riconoscermi all’interno di una confusione suscitata dalle mille contingenze. Quante armature indossate, quante mura erette passando attraverso l’esperienza. Silenziosi meccanismi protettivi di difesa costruiti senza rendermene conto, un pezzettino per volta, giorno dopo giorno.

La grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.
(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere)

Io sono – principale;
una donna ferita – leggi “serie di subordinate appositive” che, volente o nolente, determinano la mia esistenza. Ed è qui che si deve prestare maggiore attenzione.
Esattamente cosa sono? Sono intrinsecamente la mia identità.
La personalità è una questione a parte.
Martin Buber, nell’esposizione della teoria della duplice relazione tra “L’Io e il Tu”, sosteneva che occorre passare dal molteplice all’unità per incontrare il Tu ed entrare nella relazione.

Perché fondamentalmente siamo una melodia, ma non un insieme di suoni riconoscibili. Quando qualcuno ci vede ma non ci conosce, di primo acchito può farsi un’idea assolutamente arbitraria e generica. Ci facciamo indossatori di una nostra personale molteplicità, frutto della vita vissuta che ci forgia e ci delinea. Come un mantello cucito in rapporto al contesto, all’inquadramento spazio-temporale in cui siamo cresciuti.
Ma, per entrare nel mondo del Tu, per relazionarci e conoscere l’altro in modo autentico, occorre rovesciare il rapporto dello spazio e del tempo: non sarà l’uomo nel tempo e nello spazio, ma lo spazio e il tempo nell’uomo.
Dobbiamo lasciar rarefare l’aura di sfumature che ci cinge e ci palesa agli occhi degli altri.
Dobbiamo spogliarci di quella sensazione di inadeguatezza che ci induce a mortificarci. Non possiamo trascorrere la vita a nascondere la nostra essenza dietro una tenda opaca. Non possiamo lasciare che il vissuto ci inibisca, tacendoci e acciecandoci.
Oltre quella nuvola vibrante di vita esperita, ci siamo noi, nella nostra reale ed essenziale unità.

Semplicemente, siamo il nostro essere.

Francesca

Come denti di leone

“Alzatevi e non temete” (Matteo 17, 1-9)

Dovremmo imparare la saggezza dei denti di leone, che rappresentano “la promessa di una vita che continua” nonostante le quotidiane perdite che subiamo. 

Accade ogni anno. Quando scorgo la natura risvegliarsi dal torpore del sonno invernale mi lascio cogliere da un moto di meraviglia e stupore. È un ciclo continuo, inarrestabile, eppure riesce sempre a sorprendermi. Il sole accarezza gli alberi spogli, la clorofilla riprende il proprio flusso e in men che non si dica ecco che piccoli ma coraggiosi boccioli rivestono i rami. È una festa di colori e profumi, una rinascita che merita di essere celebrata con occhi colmi di gioia e gratitudine.Se prestassimo un po’ più di attenzione, ci accorgeremmo che, come ogni primavera, il miracolo si compie quotidianamente anche in noi. Siamo un agglomerato di storie e, se solo ce ne concedessimo l’opportunità, potremmo godere di infinite possibilità. Quante relazioni sfumate in un battito di ciglia, quante occasioni perse perché non colte al volo… Troppo spesso accade che, immersi in un problema, ce ne lasciamo completamente travolgere, fino ad annullare la percezione di tutto ciò che ci circonda. Diventiamo ciechi ed insensibili, ci raffreddiamo, perdiamo momentaneamente la capacità di vibrare all’unisono con la vita. Ci sono momenti in cui abbiamo l’impressione che non vi sia soluzione ai nostri patimenti, che ogni sforzo sia vano, che lottare diventi insignificante. Quanto siamo ingenui! Quanto ci sbagliamo!

Tutte le volte che le cose non vanno come vorremmo noi,tutte le volte che non riusciamo a raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo o, più banalmente,quando i nostri progetti mutano in itinere, a causa delle contingenze, ci sentiamo piccoli e ci sembra di peccare di incapacità e inettitudine. Ci sentiamo frustrati perché temiamo l’imprevisto, temiamo il cambiamento. Ogni qualvolta avvertiamo di essere al tramonto di un’esperienza sentiamo salire un senso di angoscia misto ad oppressione, perché temiamo l’ignoto che avanza. Siamo spaventati da tutto ciò che non conosciamo, ma con questo atteggiamento non saremo mai in grado di cogliere la ventata di novità di cui il cambiamento è intrinsecamente foriero. Ci sentiamo annaspare in una nube di nebbia, quando invece dovremmo avere più fiducia e lasciarci cullare da questa nube che può diventare bambagia luminosa. 

Con un po’ di umiltà e buona volontà, dovremmo imparare la leggerezza dell’“adesso”. L’organizzazione e la lungimiranza sono doti importantissime, non c’è dubbio, eppure dovremmo cercare di trovare il giusto equilibrio. E smettere di cercare di controllare tutto, di incasellare e inscatolare ogni esperienza. Questa assurda ed estenuante pratica tassonomica, nel vano tentativo di conservare qualcosa che ci ha reso felici o ci ha fatto sentire temporaneamente al sicuro, ci conduce ad un’aridità di fondo: perdiamo il costante fluire degli attimi. Quante opportunità perse ponderando troppo a lungo i pro e i contro. Quanti calcoli inutili, quante sterili previsioni. Pretendiamo di “congelare” momenti vissuti che reputiamo pressoché “perfetti”, senza capire che la vita è più forte di noi, di qualsiasi nostra intenzione o premeditazione. Dovremmo imparare la saggezza dei denti di leone, che rappresentano “la promessa di una vita che continua” nonostante le quotidiane perdite che subiamo. 

Dimentichiamo troppo spesso che per ogni fine c’è un nuovo inizio pronto a venirci incontro. Quando una fase finisce dovremmo emozionarci, dovremmo avvertire uno stimolante pizzicorio al cuore, per le innumerevoli esperienze che ci possono condurre ancora una volta in una progressiva crescita e conoscenza di noi stessi, delle nostre risorse. Indipendentemente da come vadano le cose, che siamo reduci da un successo o vittime di una delusione dovremmo sempre alzarci, guardarci intorno e non temere. Alzarci ancora una volta, aver fiducia e credere fervidamente nella magia nascosta dietro l’angolo.