Tutto quello che so del Natale

Tutto quello che ho imparato del Natale l’ho mandato a memoria negli anni.

Non importa quale giorno della settimana sia, la mattina di Natale è sempre domenica. Arriva di soppiatto e, leggera e morbida come coltre di neve candida sopra i tetti, si adagia sui letti dei bambini emozionati. Come quando, da piccoli, non stavamo nella pelle per l’entusiasmo e non riuscivamo a dormire, tenendo le mani davanti agli occhi per sbirciare la magia, troppo impegnati ad immaginare il tanto atteso scarto dei regali.

Tutto quello che so del Natale comprende il profumo di arancia tra le dita, la porporina dorata che scintilla gloriosa sulla stella cometa sopra il presepe, capelli d’angelo argentati a penzoloni sui rami dell’abete adornato. Fili e fili di lucine intermittenti. E poi un parapiglia di carte colorate, grandi fiocchi rossi, biglietti d’auguri e nastrini luccicanti. Ghirlande appese sugli usci delle abitazioni e vasi di Stelle di Natale purpuree.

Ma, in assoluto, il momento che preferisco è il periodo che precede la Natività. Non potrei mai rinunciare alla meravigliosa ed effervescente sensazione dell’attesa. Come la felicità è una somma di tante, piccolissime cose. È profumo di festa: fluttua vaporoso nell’aria, come una nuvola di zucchero filato. Sembra una commistione familiare di legna appena tagliata, castagne al forno, acqua di colonia e aria frizzantina. È suono brillante: squilla come un sottofondo di tanti campanellini tintinnanti.

In quei venti giorni di Avvento, sento alimentarsi il desiderio di incanto e crescere a dismisura quel bisogno puro di far famiglia. È quella fanciullesca necessità di sentirmi compresa in un abbraccio avvolgente e caldo, come quando da piccola mi arrotolavo nel plaid a scacchi bianchi rossi e blu, stringendone forte i lembi.
È uno stato di tenera grazia, che mi spinge ad ossevare con sguardo benevolo il mondo che mi circonda, cogliendo lo sfavillio delle luminarie, eco visibile della luce che tutti serbiamo nel petto.
Cerco sorrisi veri, posati lievi su labbra impegnate in un esercizio di spontaneo benessere, come quando si scoppia a ridere col cuore. Penso allo stupore suscitato da una palla di neve e alla golosa euforia provocata nello scuotere il sacchetto del pandoro con lo zucchero a velo vanigliato che sbuffa dentro.

Per questo, ho imparato che meraviglia e suggestione non si possono acquistare. Niente boutique o grandi magazzini, niente corse all’ultimo minuto per stati d’animo speciali, per emozioni sincere. È solamente frutto della voglia di stare con le persone alle quali vogliamo bene, di accogliere ed essere accolti. Più che doni, abbiamo bisogno di scambiarci il tempo. Di stare reciprocamente insieme, dedicandoci l’un l’altro tutta la nostra autentica attenzione.

Buon Natale a tutti, buon amore-in-azione!

Francesca

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Ansia da pres(en)tazione

Ieri ho fatto capolino tra le Stories di Instagram. Non ho scelto un giorno a caso, ma la ricorrenza di halloween. Sempre per andare contro corrente, in una giornata in cui tutti si dilettano a mascherarsi, ho deciso di smascherarmi, palesandomi per quella che sono. Caschetto e occhiali tondi per un metro e 55 scarsi di creatività, fantasia ma anche tanta ansia da prestazione. Ho scoperto che questa ansia da prestazione è un po’ ansia da pres(en)tazione. Lo so, può sembrare un contorto gioco di parole, ma cercherò di spiegarmi meglio. Tutti i giorni interagiamo con le persone, più o meno conosciute, senza porci troppo il problema di quello che siamo, di come possiamo apparire. Badate bene, ho scritto “senza porci troppo il problema”, il che significa che non siamo le persone più sicure sulla faccia della terra, ma cerchiamo di cavarcela, di sfangare le arcinote insicurezze, alla meno peggio. Ci camuffiamo bonariamente alla ricerca di un po’ di sicurezza, una “spintarella”, una qualsivoglia “stampella psicologica” che ci aiuti a relazionarci, facendoci sentire meno vulnerabili. Parlo banalmente della cosmesi, di un abbigliamento curato e ricercato, e perché no, di un buon profumo. La maggior parte delle volte vinciamo la timidezza per ingenua mancanza di consapevolezza. Quante volte ci ritroviamo catapultati nel vortice inarrestabile degli eventi della quotidianità? Capita di non avere quasi il tempo di realizzare cosa sta accadendo che dobbiamo agire, far fronte a quanto ci si presenta davanti. Interagire con qualcuno, per esempio: state camminando per strada e qualcuno vi interpella per chiedervi un’informazione. Penso a tutti i poveri turisti che, ignari e per loro sfortuna, si sono affidati al mio inesistente senso dell’orientamento. In quegli istanti non si ha nemmeno il tempo materiale per domandarsi come possiamo apparire ad occhi altrui. Veniamo visualizzati, presi in considerazione, ma non ci poniamo il problema di quale sia stato il processo mentale che li ha spinti a “scegliere” proprio noi. Accade e basta, dopodiché tanti saluti e grazie, ci si saluta e si procede per la propria strada.

Il vero problema sembra sorgere con l’evoluzione digitale. Questo mondo social, perennemente presente nelle nostre vite, sembra realizzare la profezia warholiana dei 15 minuti di notorietà convertiti nei 15 secondi di una storia su Instagram. Qui il contrasto si avverte evidente: non è semplice parlare con il telefono in mano, vedendoci, ascoltandoci in anteprima, consapevoli che poi “verremo recepiti così”. Di fatto, così facendo, abbiamo il tempo fisico di realizzare quello che verrà divulgato, di “filtrarci”, in qualche modo (cosa che, di per sé, non sarebbe neppure un male). La timidezza gioca, quindi, a sfavore di chi soffre di ansia da pres(en)tazione perché, non solo preclude un atteggiamento spontaneo, ma porta a non essere mai sicuri di aver parlato bene, in modo chiaro o di essersi presentati adeguatamente. Seguendo il filo di questa riflessione mi sono resa conto di quanto, in fin dei conti, sia un problema principalmente personale, di auto-giudizio. Il pregiudizio di cui abbiamo maggior timore è il nostro, quello che alimentiamo con una serie di idealizzazioni, operazioni di confronto e schematismi che ci irrigidiscono. Gli altri non sanno cosa o chi aspiriamo essere, a volte anche assomigliare. La ricezione altrui è per così dire scevra di quei canoni che non consideriamo imprenscindibili ma che, in realtà, non sono affatto necessari. Assumiamo atteggiamenti affettati e costruiti per sentirci sicuri di poter essere accettati, quando la cosa migliore da fare sarebbe essere semplicemente (seppur semplice non lo sia mai) se stessi. Forse, bisognerebbe partire da un assunto di fondo, pensare e focalizzarci su quale potrebbe essere il nostro reale obiettivo. Per me, personalmente, è di fondamentale importanza riuscire a porre le basi per costruire un rapporto di comunità con chi mi visualizza, condividendo stralci di vita, pensieri estemporanei, richieste di confronto. Quindi, farò pace con l’idea di finire per 24 ore in bacheca, nel tentativo di affezionare, di intessere ed alimentare rapporti in modo più reale e meno digitale. Perché ho scoperto che stingere un legame d’affetto va ben oltre la preoccupazione di pensare a come potremmo apparire. Perché essere ed esserci è molto più importante!

E voi cosa ne pensate?

Ci vediamo su Instagram?

Vi aspetto!

Francesca

La (nostra) misura eroica

Non saprei dire, con esattezza, come La misura eroica sia giunta tra le mie mani, ma di fatto, un pomeriggio di metà giugno, ho trovato un pacchettino posato sulla mia scrivania.
Scarto il dono inatteso, osservo. Il titolo mi incuriosisce, apro il libro, ne sfoglio appena le pagine coi polpastrelli e leggo quarta e quinta di copertina. Il viaggio di Giasone alla conquista del vello d’oro.

Sorrido nel trovare parole puntuali, che da subito sanno fare breccia nel cuore. Inesperienza, sete di conoscenza, fame di vita come fertili interrogativi che invitano alla partenza. Salpare portando con sé pochi effetti personali: il fascino dell’ignoto ed una genuina propensione allo stupore, navigando alla scoperta di se stessi. In un intreccio di registri, voci ed emozioni, si snoda una storia universale, un romanzo di formazione coinvolgente, che prende le fila dalle parole del mito greco.

Non un vero e proprio vademecum del buon navigante, quanto un ottimo prontuario emotivo per il coraggioso naufrago. Cercarsi per incontrarsi e sperimentare la vita, concedendosi tutto il tempo necessario per ascoltare ed accarezzare i propri dubbi, per comprendere la propria umana fragilità. Perché non si può pianificare, non lo si può prevedere: “diventare maturi è questione di meta, di punto di svolta”. Non importa cosa troviamo alla fine del percorso, ciò che conta è intraprenderlo. Non importa se poi la nostra aspettativa non coincide con la realtà dei fatti, “non sempre tutto va come deve andare. Quasi mai.” Ci costruiamo strada facendo, un tentativo alla volta. Un invito ad infilare un passo dopo l’altro, ascoltando la voce del proprio sentire, per poter assecondare il desiderio, per ridimensionare il timore di soffrire, mettendo a tacere la paura. Un inno a sperimentarsi, un’ode all’arte di fallire, rendendo le esperienze negative pretesto per rialzarsi e rimettersi in sesto, concedendosi il diritto di “lasciarsi andare alla fallibile, dunque imprevista, dunque sorprendente, umanità”. Lasciare andare le paure, i timori, i preconcetti. Spalancare le porte delle personali prigioni e distendere le ali per sollevarsi in volo. Perché, alla fine della corsa, ci ritroviamo testimoni, risultato delle azioni compiute, forme verbali perfette di quanto abbiamo avuto coraggio di esperire, “sintesi e tavola periodica di ciò che siamo stati”.

Non potevo certo immaginare che, dentro quel pacchettino inaspettato, si sarebbe celato un incontro speciale. Ci sono storie che sembra vogliano parlare proprio a noi, rievocando la cicatrice di certe esperienze che pensavamo riposte nel dimenticatoio e, senza nemmeno rendercene conto, prende forma la magia dell’immedesimazione. Accade così. Ci sono parole che sanno suscitare una forte empatia, che sembrano scritte appositamente per noi, aderendo alla perfezione alle pieghe del nostro cuore. Semplicemente, ci calzano a pennello.

Ero “salpata” da poche pagine, in questo viaggio, quando, con uno stupore meravigliato, ho letto una frase che sembrava leggermi dentro. “Anch’io sono, da sempre, inquieta. Vivo di increspature;” suonava quasi canzonatorio, come se l’autrice conoscesse alla lettera il marasma che avevo nel petto. Poi, un attimo dopo, mi sono ritrovata a cercare il modo per contattarla. Volevo farle sapere quanto mi sentissi vicina al suo modo di percepire il mondo, quanto riuscissi a condividere il suo punto di vista. La verità è che mi stupisco sempre nell’incrociare anime sensibili votate al culto della parola e alla dignità delle piccole cose. Inaspettatamente, ho ricevuto una risposta a quelle mie parole devote, pure e spassionate. Per un tacito accordo, da quel momento abbiamo iniziato a tessere uno sgargiante filo rosso che ci univa in un legame ineffabile. Condividevo stralci estrapolati dalle sue pagine colme di vita, dolore ed esperienza, accompagnando le sue parole con le mie riflessioni. Spesso le dicevo semplicemente grazie, sei lettere gonfie di sincera gratitudine, per quel suo libro-panacea lenitiva, per quella comprensione inattesa. Perché era come ricevere, capitolo dopo capitolo, una carezza o un abbraccio. E quell’abbraccio è arrivato quattro mesi più tardi, in un tiepido pomeriggio di inizio ottobre. Andrea è intervenuta alla Fiera delle Parole, il Festival letterario patavino, per parlare della sua Misura eroica. Dopo mille e una peripezie, degne delle famose chansons de geste provenzali, sono riuscita a prendere posto nell’Aula Magna del Palazzo del Bo. L’ho ascoltata con attenzione ed è stato emozionante poterla identificare dando voce, finalmente, alle sue parole. Mentre la osservavo, scorgendola da lontano, tra i profili del pubblico, mi sono commossa più volte, pensando all’enorme fortuna di poter cancellare le distanze, di poterle parlare, guardandola negli occhi. Al termine del dibattito l’ho attesa per salutarla e farmi autografare la mia copia ampiamente sottolineata, appuntata, vissuta. Ci siamo incrociate a metà strada, proprio mentre si dirigeva fuori dall’aula. L’ho chiamata, mi ha riconosciuto, e mentre mi sorrideva mi ha accolto in un abbraccio avvolgente. Credo di non essermi mai sentita così, lieve e felice, colma di quell’hic et nunc indescrivibile.

A chi si cerca, ma non ha coraggio di partire, il primo passo è sempre il più difficile, ma non impossibile.

A chi si pone le giuste domande ma non ha coraggio di ascoltare le risposte del proprio cuore.

A chi, semplicemente, ha paura. Per potersi leggere dentro e scoprirsi.

Fotografia p e n s a t a

Sai cos’è una fotografia pensata?
È un incanto. Un sogno. Una visione.
Concentrati, apprestati ad immaginare: stai per tratteggiarne una.
Prenditi un attimo, apri la mente e lascia uscire i pensieri.
Ascolta bene, leggi con calma e dai il benvenuto alle emozioni.

Clic.


Una bicicletta sfreccia lungo il cavalcavia ombreggiato: scende, sfruttando la forza di gravità. Sul sellino un ragazzo. È riccio, col viso pulito. Ha lo zaino in spalla e occhi che ridono.
Sul tubo, invece, seduta all’amazzone c’è una ragazza. Capelli raccolti, qualche ciuffo indisciplinato le svolazza dietro le orecchie. Sulle labbra è disegnato un sorriso.
Ridono complici.
Luci e ombre. Sono i raggi del sole che filtrano tra le fronde del filare di alberi, ricamando i loro volti.
Lui riprende a pedalare, guarda dritto, avanti a sé. Lei gli dice qualcosa, si volta appena, sporgendosi alla sua sinistra, e gli stampa un bacio sulla guancia. Un bacio tenero, morbido, che sa di buono.
Se ne stanno così: vicini, in equilibrio. Semplicemente felici.
Leggeri, con i loro vestiti estivi colorati, fluttuanti nella loro bolla di sapone innamorata. Un’aura che profuma di protezione, fiducia e benessere.

In quell’istante sto percorrendo il cavalcavia nel senso opposto. Sono in macchina, li scorgo attraverso il finestrino e rimango folgorata da tanta bellezza. Una meraviglia che porta il nome del loro amore.

Accade tutto rapidamente, forse una manciata di secondi, sorrido anch’io e mi aggrappo al volante col solletico al cuore.
Quel gesto spontaneo ha saputo dilatare un istante fugace, non effimero, rendendolo eterno. Si è impresso indelebile nella pellicola fotografica delle mia memoria, in questa fotografia che ho voluto raccontarti.

[ Più o meno c o s ì ♥️ ]

Francesca

Dilatare

Le distanze. A volte è necessario prenderle. Allontanarsi da un luogo, da una persona. Rapporti che, come le circostanze, improvvisamente diventano stretti e si ha bisogno di frapporre spazio. E tempo.
Noi, figli di una generazione in moto perpetuo, di uno stakanovismo ai limiti dell’umano.
Noi, quelli della catena di montaggio della produttività e del rendimento, a volte cediamo e avvertiamo un bisogno vitale di dilatare per allentarci. Un’esigenza che non è capriccio, ma mero istinto di sopravvivenza al c a o s del quotidiano.
E parlo perlopiù di una confusione che alberga i n v a d e n t e all’interno delle nostre menti. Un viavai continuo di p e n s i e r i che si incrociano, si tagliano la strada e, capita, cozzino in frontali dolorosi. È destabilizzante. Emotivamente provante.

Sento il bisogno di una vacanza. Niente di stravagante. Nulla di eccezionale, o forse sì. Perché no?
Ché, in fondo, silenzio e tranquillità sono diventati l’eccezione in questo cancan esasperato.
Vai – fai – briga.
Prendi – porta – rendi conto.
Tutti insieme, come automi impazziti: “metti la cera, togli la cera”.
Ho bisogno di staccare la spina, prendere una boccata d’aria e tirare un attimo il respiro. Di ascoltarmi in silenzio. Di recuperare la mia dimensione.
Mi penso e mi (sop)peso.
Cosa c’è dentro questo involucro [forse] omologato ai dettami dell’epoca?

Mi domando quanta CRETA ci sia in noi.
Quanto c’è di autentico in me? Perché spesso, senza neppure farci caso (ma non è una scusa assolutilizzabile), ci modelliamo adeguandoci ai differenti contesti, per far fronte alla convivenza col prossimo. Ma, quanto siamo capaci e, soprattutto, disposti a camuffare la nostra spontaneità?
Quanto costa “essere accomodanti” per assecondare necessità altrui o, più banalmente, per quieto vivere? Ammansirsi è un po’ appiattirsi, procedere lungo la superficie delle cose assumendo, all’o c c o r r e n z a, forme e modi differenti. È come a d d o m e s t i c a r s i, realizzando una sorta di metamorfosi interiore.
CI avete mai pensato? È forse questo fare “buon viso a cattivo gioco”?

Siamo immersi nella famigerata “commedia umana”, circondati da maschere che fanno la propria comparsa recitando una parte. Raramente vedo occhi accendersi in modo spontaneo. Quell’interruttore trova sede privilegiata nel cuore e, forse per questo, prendersi la briga di attivarlo, non è sempre facile e denota una notevole dimostrazione di coraggio. Perché, in fondo, se accetti di vivere davvero, metti in conto anche l’eventuale possibilità di deluderti, deludere e soffrire. Perché sai che corri un rischio.
E in tutto questo mutamento, in questa abilità di trasformazione si cela evoluzione od involuzione? Ingentilimento o svilimento?

Su questa linea di interrogativi, mi chiedo anche se sappiamo effettivamente essere demiurghi di noi stessi, adattandoci alle contingenze, o se siano le contingenze a mutarci. Insomma, siamo artefici di noi stessi o è il contorno a condurre il gioco, maneggiandoci come se fossimo plastilina? Perché ho sempre più l’impressione che veniamo s t r o p i c c i a t i senza troppi complimenti.
DEFORMATI, allungati, ALLENTATI, appallottolati.
In un modo o nell’altro, comunque vada, c a m b i a m o.

Francesca

Carnevale al contrario

Quando tutt’intorno è una festa di maschere e costumi;

quando le piazze della città sono gremite di bambini urlanti e le strade sono ammantate di coriandoli colorati e stelle filanti, mi ritrovo a pensare che tra noi “grandi” vada in scena un simile siparietto, socialmente e convenzionalmente riconosciuto: quello del travestimento protettivo. Ci giochiamo più o meno tutto l’anno, col tacito accordo di nascondere le nostre paure, esitazioni, insicurezze… coprendo le imperfezioni con strati e strati di ninnoli. Niente mantelli da super eroe o bacchette magiche da fatine, ma montature di occhiali, un make-up ben fatto e un rossetto rosso scarlatto, baffi e barba o una sciarpa entro la quale sprofondare metà viso.

Fosse per me, tutti i giorni potrebbe essere carnevale, sì, ma carnevale al contrario!

Ci affanniamo senza sosta in questo sforzo titanico, nel vano tentativo di SIMULARE CIÒ CHE NON SIAMO, con l’illusione di non poterci far calpestare, sopraffare, per crederci invincibili, infallibili… intoccabili. Come se nulla potesse farci vacillare davvero, con la presunzione di avere sempre tutto sotto controllo, di MOSTRARE e DIMOSTRARE che tutto sia facile, fluente, immediato.

Quanta finzione, sappiamo essere farseschi, al limite del grottesco!

Credo, invece, sarebbe bello ma, soprattutto, liberatorio, decidere di sfoggiare con orgoglio il vessillo della propria genuina vulnerabilità, senza temere di sentirsi indifesi, così disarmati.

Carnevale al contrario, mi spoglio del fasullo e del superfluo, libera dalle armature che proteggono ma inibiscono – e sviliscono – le emozioni, mentre costruisco con dedizione e pazienza la mia CORONA. Una corona brillante, lucente e preziosa, testimone eloquente delle mie esperienze, che incornici dignitosamente un viso pulito e nudo. Scoperto.

Senza barare, la pongo sul capo, ornamento regale, visibile insegna di questa UMANA UNICITÀ IMPERFETTA.

Senza vergogna, sconfiggendo la timidezza, torno a mettermi in luce, come un fiore germogliato dalla vita respirata;

dalla vita che ho saputo fare (davvero) MIA.

Francesca

Come POLLICINO

“mentre te ne vai un po’ di te

rimane qui, anche se non vuoi”

(Coez – Faccio un casino)

“Perché un p r e t e s t o per tornare bisogna sempre s e m i n a r s e l o dietro, quando si parte.”

(Alessandro Baricco – Oceano mare)

Un paio di orecchini mica troppo sbadatamente dimenticati su una mensola;

Un bigliettino appiccicato sul cruscotto;

Un telo da mare ancora insabbiato scordato nel buio del bagagliaio un pomeriggio di inizio autunno…

Un oggetto q u a l u n q u e costituisce un pretesto in potenza per non dimenticare, per non essere scordati, chè non si sa mai dove ci porti la vita.

E allora sta a noi – come dei novelli Pollicino, fautori di ciò che vogliamo tenere a mente – DISSEMINARE il nostro tragitto di dettagli che possano r i e v o c a r e piccoli ma sgargianti ricordi, SPARGERE qua e là EFFETTI personali che, nel frattempo, si fanno AFFETTI, ai quali non sappiamo più rinunciare. È più o meno’ il magico principio, o potere, della musica, delle canzoni che sanno far rivivere attimi come luci abbaglianti, lampi vivi e pulsanti nell’anima. Così uno si ritrova sovrappensiero a canticchiare vecchi REFRAIN impolverati e smangiucchiati. Ci affidiamo a questi e s p e d i e n t i, più o meno tangibili, coltivando l’illusione di alimentare una memoria inscalfibile.

Cerchiamo una scusa qualunque per sentirci meno vulnerabili nella ricerca costante dell’altro quando la verità è che se entriamo o lasciamo entrare qualcuno nel cuore a lievi passi, ogni p r e t e s t o sarà buono per rincorrerlo e ricordarcene. Dovremmo imparare a far pace con l’idea che, nel bene o nel male, certe essenze diventano tanto parte di noi che anche la minima virgola potrà modellare le nostre labbra in una smorfia, sia essa di divertita o nostalgica memoria.

Francesca